Paolo Rumiz | Maschere per un massacro

È dalla Serbia che parte la prima, determinante spinta alla disintegrazione della Jugoslavia. Perno di questa spinta è la disinformazione attraverso i mass media (…) è disinformazione pre-bellica. Essa rappresenta qualcosa di tremendamente moderno e complesso: non serve a depistare l’avversario, ma a costruire la guerra nella mente della gente, a gonfiare un antagonismo che non c’è o è solo latente, ad attirare gli uni e gli altri nella trappola dello sconto [Maschere per un massacro, Paolo Rumiz]

Come si costruisce una guerra? Quali meccanismi ci sono dietro a un sanguinoso conflitto? Come è possibile che dei popoli, poco tempo prima pacifici conviventi, riescano a scatenarsi secondo le regole di una follia omicida?

A queste domande cerca di rispondere il giornalista triestino Paolo Rumiz, autore del saggio sulle guerre dei Balcani “Maschere per un massacro“, edito da Feltrinelli. Per essere apprezzato come merita, è necessario che il lettore abbia un’ottima conoscenza geografica dei luoghi e una buona preparazione riguardo ai personaggi principali e ai fatti occorsi durante le guerre dei Balcani.

Innanzi tutto, occorre precisare che non si parla di una sola guerra nel Balcani, bensì di più conflitti armati che hanno coinvolto gli Stati appartenenti alla ex-Jugoslavia tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila: Guerra d’Indipendenza slovena (1991); Guerra in Croazia (1991-1995); Guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995); Guerra del Kosovo (1996-1998) e Guerra in Macedonia del Nord (ex FYROM, 2001).

In “Maschere per un massacro” Rumiz si concentra sui primi tre conflitti balcanici in ordine cronologico, analizzando con estrema cura gli antefatti preparati ad hoc affinché si potessero imbracciare le armi e dare il via alla terribile guerra.

Sarajevo durante l’assedio (fonte: Wikipedia)

Nel dicembre del 1989 Paolo Rumiz si trova in Romania: il regime di Ceaușescu sta per crollare. Una notte, da una fossa comune, una ruspa tira su un groviglio di cadaveri orrendamente mutilati e con i rudimentali segni di un’incisione a Y, quella tipica delle autopsie; i giornalisti, compreso Rumiz, pensano immediatamente che la Securitate abbia dapprima torturato e quindi ucciso queste persone, e in seguito li abbia sfregiati con taglio e sutura autoptica.

In realtà, non è così. La riesumazione dei cadaveri è stata orchestrata dai rivoluzionari per incolpare il regime di Ceaușescu: si scopre che si tratta di corpi rubati dall’ospedale che avevano subito un’autopsia, trafugati dai rivoluzionari e sepolti, quindi trovati, per gridare all’ennesimo crimine.  Paolo Rumiz si trova, per la prima volta, a contatto con la disinformazione tipica dei conflitti degli anni Novanta.

Ma almeno, quando uscii dallo stato di avvelenamento mentale, imparai a riconoscere con prontezza l’odore delle bugie. E soprattutto ad affrontare negli anni novanta il luogo dove la disinformazione sarebbe stata prodotta su scala davvero industriale: la guerra dei Balcani [Maschere per un massacro, Paolo Rumiz]

Le motivazioni che hanno scatenato le guerre dei Balcani per molte persone sono in primo luogo la morte di Tito, il padre della Jugoslavia, e in secondo luogo di origine etnica e religiosa ma liquidare così il conflitto è sbagliato, sono proprio il pressapochismo e la superficialità che  ha permesso ai criminali di guerra di commettere tutte le atrocità possibili e immaginabili. La realtà, ci racconta Rumiz nel reportage, è ben diversa.

(…) i Balcani ci insegnano che spesso dietro a ogni verità se ne nasconde un’altra di segno contrario [Maschere per un massacro, Paolo Rumiz]

Commemorazione del massacro di Srebrenica (fonte: Wikipedia)

Il regista capace di orchestrare gli eventi per raggiungere il suo scopo è il serbo Slobodan Milošević. Fin dalla fine degli anni Ottanta, Milošević lavora da una parte alla risurrezione della Grande Serbia e dall’altra ad accumulare soldi e beni immobili, come una sorta di Tangentopoli, perché si sa che con la distrazione della guerra, in grande si ruba molto meglio. E rubare al nemico è un atto patriottico.

Milošević e i suoi generali – i quali sono psichiatri, come Karadžić – instillano la guerra nelle menti delle persone, attirano i serbi stessi in una colossale trappola psicologica, facendo credere ai governati che i nemici siano bosniaci, albanesi, kosovari. 

Se il serbo crederà di essere vittima predestinata di una nuova minaccia esterna, l’aggressività nascerà automaticamente dall’istinto di difesa [Maschere per un massacro, Paolo Rumiz]

Milošević usa l’odio per dare avvio al conflitto perché, come scrive Rumiz, “l’odio esplode solo se c’è qualcuno che decide di servirsene“. È su questo substrato psicologico che nascono le prime scintille che porteranno i Paesi dell’ex-Jugoslavia a vivere drammatiche guerre.

In particolare, Rumiz tratta con piglio chirurgico due tra i più duri assedi delle guerre balcaniche: Vukovar in Croazia e Sarajevo in Bosnia-Erzegovina, fornendo un’idea molto precisa al lettore di cosa è accaduto in queste due località.

Ma come finisce, questa guerra? Semplice. Quando i serbi hanno intascato bottino sufficiente, nell’agosto del 1995 chiedono di terminare le ostilità. Dopo quattro anni di guerra, scrive Rumiz, i Paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia possono tornare ai confini del 1991. O quasi.

Che senso ha avuto tutto il sangue versato in nome della patria? Ma quale patria, quale odio ancestrale. Intascato il bottino, conclusi i trasferimenti di popolazioni, si può tornare amici come prima. Il caos è utile finché rende, poi può tornare l’ordine. E allora, abbiamo assistito solo a una mostruosa commedia? (…) Dietro ai tanti enigmi c’è stato davvero il nulla, solo il cinismo di un affare economico condiviso o tollerato dal mondo?  [Maschere per un massacro, Paolo Rumiz]

Il nuovo assetto geopolitico dopo gli Accordi di Dayton (fonte: Treccani)

La pace di Dayton riconosce implicitamente l’odio tribale come causa della guerra; i politici americani prendono atto che la pulizia etnica era inevitabile e si ritrovano d’accordo nello smembrare la Bosnia-Erzegovina, strappandole il 49% del territorio che diventa Republika Srpska

Paolo Rumiz è convinto che nella ex-Jugoslavia gli equilibri siano delicatissimi e che questi territori siano delle vere e proprie polveriere. Con la speranza che non avvengano mai più conflitti del genere. Chissà se noi europei subodoreremo i nuovi inganni o se cadremo nell’ennesima trappola oppure se ci volteremo dall’altra parte, estraniandoci dal Balcani.

Link utili per approfondire

Storia della Jugoslavia (fonte: Treccani)
Breve storia della Bosnia-Erzegovina (fonte: Treccani)
Guerre jugoslave (fonte: Wikipedia)
Dossier con numerosi articoli e dati sulla strage di Srebrenica (fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso)
L’Accordo di Dayton (fonte: Wikipedia)

Titolo: Maschere per un massacro
L’Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Perché leggerlo: per fare luce sulle guerre dei Balcani degli anni Novanta. La lettura di questo reportage, per essere apprezzato come merita, presuppone una buona conoscenza della geografia dei luoghi, dei personaggi e dei fatti principali

(© Riproduzione riservata)

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