Aroa Moreno Durán | Cose che si portano in viaggio

Non era mezzanotte, non c’era pericolo di imbattersi nei vicini. La casa era vuota a quell’ora, come tutte le mattine. Non vacillai nell’infilare quattro cose nella borsa. Lo feci, invece, quando mi guardai indietro (…) Nella borsa che portai con me, la stilografica di nichel, il berretto russo, non lo voglio più questo berretto, mi fa sentire molto anziana, aveva detto mamma, il distintivo del PCE che avevo rubato e una mela. Poechali, mi dissi, “si parte”, come Jurij Gagarin quando salì a bordo del Vostok 1. E proprio come l’astronauta, quando me ne andai, non potevo immaginare che non avrei trovato Dio dall’altra parte [Cose che si portano in viaggio, Aroa Moreno Durán, trad. R. Bovaia]

Katia e Martina sono nate assieme alla DDR, a Berlino Est, da una coppia di genitori spagnoli ferventi comunisti e antifranchisti. Fuggiti dalla Spagna di Franco all’indomani della Guerra civile spagnola, con loro hanno portato due semplici valige che alle bambine è proibito toccare.

Un giorno, complice l’assenza del padre, Katia e Martina aprono una delle due valige, trovando lettere e fotografie di persone che non conoscono. È così difficile mantenere i contatti con il resto della famiglia, scoppia in lacrime la madre. È così difficile e pericoloso ricevere le lettere a Berlino Est.

Nell’agosto del 1963, dopo una gita sul Mar Baltico, ecco il muro. Da ora in poi gli abitanti di Berlino Est sono in trappola. Nessuno può uscire da Berlino Est – e in generale dalla DDR – nessuno riesce a ottenere il permesso legale per uscire; se qualcuno vuole andarsene, lo può fare  in modo illegale, rischiando la vita. La Stasi aleggia discretamente su tutti.

Gli occidentali avevano costruito terrazze più alte del muro da dove si affacciavano per guardarci. Ci portavano in gita le scolaresche. Il professore gli diceva: di là c’è la Berlino dei comunisti, e loro prendevano appunti sui quaderni, ci indicavano [Cose che si portano in viaggio, Aroa Moreno Durán, trad. R. Bovaia]

Katia ha quasi vent’anni quando incontra Johannes. Johannes è un tedesco dell’ovest, lui riesce in qualche modo a entrare e uscire da Berlino Est in modo legale. Forse Katia se ne innamora, o forse crede di innamorarsene. Forse Katia si innamora dell’idea della fuga, della curiosità di scoprire cosa e chi c’è oltre il muro.

Il nome che avevo allora. La donna che ero allora. Giusto un’estensione di pelle con vent’anni dentro. La memoria è la facoltà che permette di conservare e ricordare quel che accade nel passato. Codificare, archiviare e ritrovare. Si muove a livello incosciente, come una marea, portando alla luce della notte il fondo sabbioso sott’acqua (…) L’emozione è il filtro e la marea. È la rivoluzione [Cose che si portano in viaggio, Aroa Moreno Durán, trad. R. Bovaia]

E così, nel 1971 Katia fugge. Fugge da Berlino Est, dal comunismo, dalla sua famiglia, dalle sue paure. Segue alla lettera le istruzioni, cuore in gola per chilometri e chilometri. Una fuga che ha dell’incredibile, nessuno la ferma, nessuno capisce che i suoi documenti sono falsi. Cose che si portano in viaggio: una penna, un berretto, il distintivo del PCE rubato e una mela. Come sua madre, anni prima, Katia scappa e ora, di nuovo come sua madre, è senza bandiera.

Katia è fuggita per volontà sua o di Johannes? Gli anni passano sereni nella Germania dell’Ovest, ma nel cuore di Katia resta una scheggia conficcata, è il rimorso di ciò che ha fatto alla sua famiglia. Solo quando la sua vita andrà in pezzi come i bicchieri del servizio buono, Katia prenderà una decisione importante per chiudere i conti con il suo passato. 

Perché c’era sempre qualcosa, dentro, nella pancia, nel cuore, lì a dirmi che io ormai avevo fatto la mia scelta, che avevo puntato tutto quello che avevo, destabilizzando la vita mia e la vita di quelli che mi volevano bene. E dunque questo sarebbe stato il mio castigo. Vivere senza terra. Come aveva fatto mia madre [Cose che si portano in viaggio, Aroa Moreno Durán, trad. R. Bovaia]

Berlin Wally, East Side Gallery (fonte: Wikipedia CC BY-SA 3.0)

Cose che si portano in viaggio” di Aroa Moreno Durán, tradotto da Roberta Bovaia per Guanda editore, è uno struggente romanzo che mi ha profondamente coinvolta. Katia, la sorella maggiore, rompe l’equilibrio della famiglia – e mettendo in modo una cascata di eventi – prendendo la decisione di scappare dal Paese che i suoi genitori – suo padre, soprattutto – ha scelto per far crescere le sue figlie, per far prosperare la sua famiglia.

Katia non ha mai amato il suo Paese adottivo, la DDR, e mai conosciuto il Paese dei suoi genitori, la Spagna. È nata in Germania, parla tedesco, partecipa alle giornate della gioventù comunista ma allo stesso tempo si sente sbagliata e fuori luogo; Johannes è l’uomo che potrebbe salvarla, portarla in un altro luogo per iniziare una nuova vita. Ma Katia cosa si porta in viaggio? L’inadeguatezza, l’apatia, l’incapacità di apprezzare la vita nuova.

Cosa ha lasciato a Berlino Est? Cosa ha trovato nella Germania dell’Ovest? Katia continua a vivere in bilico, tra Est e Ovest, senza riuscire mai a capire se il dolore provocato ai suoi genitori, a causa della fuga, l’ha voluto davvero o qualcuno ha deciso per lei. E allora eccolo, il senso di colpa, che la perseguita sempre. 

Di “Cose che si portano in viaggio” ho apprezzato molto lo stile: la Moreno Durán sceglie di raccontare la storia di Katia, della sua famiglia e delle due Germanie in modo asciutto, asettico, quasi chirurgico, ma senza dimenticare qua e là tocchi di poesia. Seguiamo la vita di Katia – e della DDR – dalla sua infanzia alla maturità, saltando diversi anni ogni capitolo che scorre, perché delle persone noi non conosciamo tutto, solo alcuni episodi, magari i più significativi.

“Cose che si portano in viaggio” è quindi un romanzo che può essere di formazione, di Storia, di sentimenti contrastanti, di decisioni che cambiano per sempre il corso di molte vite e infine di pentimento, di consapevolezza che indietro non si torna. Mai. 

Hanno fatto presto. La sensazione è che tutti gli abitanti della città siano morti e dei lontani parenti gli siano entrati in casa per eliminare ogni traccia delle loro vite. Tutto quello che avevano conservato, custodito per decenni, è stato gettato in strada, smontato. Quanto ci vuole. Quanto tempo serve per entrare in una casa e rastrellare ogni cosa a cui si può dare un prezzo. Ma chi vorrà comprarla. Tutti quegli oggetti. Tutte quelle lettere (…) Ormai sono inutili (…) Tutti i nomi. Tutte le vite (…) Scheletri privi di vita, un museo a cielo aperto di un paese morto, ecco cos’erano (…) [Cose che si portano in viaggio, Aroa Moreno Durán, trad. R. Bovaia]

Titolo: Cose che si portano in viaggio
L’Autrice: Aroa Moreno Durán
Traduzione dal tedesco: Roberta Bovaia
Editore: Guanda editore
Perché leggerlo: per capire come la Storia possa influire fortemente sulla vita delle persone

(© Riproduzione riservata)

Un pensiero su “Aroa Moreno Durán | Cose che si portano in viaggio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.