Anton Čechov | L’isola di Sachalin

Sachalin è situata nel Mare di Ochotsk e si estende per quasi 1000 verste tra l’oceano, la costa orientale della Siberia e l’imboccatura dell’estuario dell’Amur. La sua forma che si allunga da nord a sud ricorda, a detta di uno scrittore, quella di uno sterletto (…) Oggi i deportati vivono a nord, lungo i fiumi Dujka e Tym’ (…) Devo ammettere però che non ero affatto allegro, anzi, il mio umore andava peggiorando man mano che ci avvicinavamo a Sachalin. Ero preda dell’inquietudine [L’isola di Sachalin, Anton Čechov, trad. V. Parisi]

Il 5 luglio 1890 il giovane medico e scrittore Anton Čechov approda a Nikolaevsk sull’Amur, la città al capolinea della Grande Russia. Čechov ha percorso l’intera Russia via terra e via fiume per giungere a Nikolaevsk sull’Amur, con l’intenzione di imbarcarsi sul piroscafo Bajkal al fine di raggiungere l’isola di Sachalin, nell’Estremo Oriente Russo.

Čechov intende visitare Sachalin e descrivere l’isola a tutto tondo, analizzando ogni suo dettaglio naturalistico e paesaggistico e dando notevole rilievo alle condizioni di vita delle persone che, volenti o nolenti, vivono a Sachalin, in modo particolare dei prigionieri delle colonie penali zariste.

Il viaggio è stato lungo e non privo di pericoli e contrattempi. Čechov ha viaggiato su carrozze precarie; è stato condotto da una riva all’altra dei grandi fiumi siberiani da traghettatori sboccati e rozzi che ricordano Caronte, il nocchiero che conduce i dannati all’Inferno; ha dormito in letti infestati da cimici, nelle peggiori locande, senza mai sconfortarsi. Perché la sua missione è quella di raggiungere l’isola di Sachalin.

Per lungo tempo creduta collegata alla terraferma tramite un istmo, quando venne scoperto che Sachalin è in realtà un’isola, si tenne segreta la scoperta. Benché Sachalin sia stata spesso oggetto dell’interesse di geografi e cartografi, all’epoca di Čechov ancora occultava i suoi misteri, ben nascosti dalla sottile nebbia che si leva dall’oceano Pacifico in ogni stagione.

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Villaggio di Giljaki, isola di Sachalin, XX secolo (fonte: Wikipedia)

Da tempo si parla ormai della necessità di esplorare di nuovo, possibilmente in maniera accurata, le coste della Tartaria e di Sachalin. Le carte odierne sono insoddisfacenti, lo si capisce dal fatto che le navi, sia mercantili che militari, si incagliano e finiscono in secca molto più spesso di quanto non riferiscano i giornali [L’isola di Sachalin, Anton Čechov, trad. V. Parisi]

Data l’eccezionale distanza da Mosca e San Pietroburgo, dato il suo clima ostile e spietato, data la sua grandezza e le ricchezze celate nel sottosuolo, Sachalin venne scelta come luogo perfetto per isolare criminali e tutti coloro che erano contro lo zar.

Nel 1890 Sachalin è abitata dalle popolazioni indigene, sempre meno numerose, come gli Ainu, i Giljaki, gli Evenchi, gli Yakuti; dai deportati che dal continente arrivano in queste lande dimenticate da Dio per espirare le loro colpe, perché non possono più stare assieme agli altri nella collettività, e possono solo aspirare a diventare coloni e contadini col tempo; dalle donne che più o meno volontariamente seguono i loro mariti incriminati; dai bambini nati su quest’isola lontana; e dai militari al soldo degli zar, che controllano che in questa realtà pressoché parallela tutto scorra come previsto.

Sachalin non è un’isola fatta per gli uomini. È crudele, respingente, cattiva. Le condizioni climatiche sono orrende, la vita è durissima, le condizioni igieniche spaventose, il lavoro in miniera o nelle foreste è estenuante. Chi vive a Sachalin vorrebbe andarsene, ma spesso è troppo tardi per pentirsi dei propri gesti del passato.

Anton Čechov esplora Sachalin da Nord a Sud, censendo gli abitanti e parlando con loro per avere un quadro sempre più preciso di come un uomo possa sopportare di vivere su un’isola come questa. Lo scrittore visita le izbe di chi sta scontando la pena, le miniere che paiono davvero dei gironi infernali, cerca di ricostruire la storia di Sachalin, intrecciata da cinesi, russi e giapponesi.

E poi, ammira con rispetto ed estrema riverenza la natura, che sembra abbattere su quest’isola tutta la sua infinita potenza, giungendo da ogni lato circondato da un mare tetro e malvagio.

Il mare gelido e torbido si apre alla vista e ruggisce; le onde alte e canute che s’infrangono sulla sabbia sembrano chiedere disperate: “Signore, perché ci hai create?”. Questo è già l’Oceano, Grande o Pacifico che dir si voglia. Lungo questa costa, a Najbuči, riecheggiano i colpi d’ascia dei deportati, mentre su quell’altra, lontana, pressoché immaginaria, c’è l’America. A sinistra si intravedono nella nebbia i promontori di Sachalin, a destra altri promontori ancora… e tutt’intorno non un’anima viva, non un uccello o una mosca, sicché non si capisce per chi ruggiscano queste onde, chi ascolti il loro rimbombo di notte, e neppure per chi continueranno a ruggire, una volta che me ne sarò andato. Qui sulla riva ti invadono non pensieri, ma timori; sei sbigottito e, a un tempo, vorresti poter restare in eterno a fissare il moto uniforme delle onde e ad ascoltare il loro boato minaccioso [L’isola di Sachalin, Anton Čechov, trad. V. Parisi]

Velikan Cape, isola di Sachalin (fonte: Wikipedia)

L’isola di Sachalin” di Anton Čechov, tradotto da Valentina Parisi per Adelphi, è un monumentale libro che racconta, con estrema passione e rigore, l’esperienza vissuta in queste lande sconvolgenti.

Questo è un libro adatto a chi vuole comprendere come si vivesse in una colonia penale alla fine dell’Ottocento, a chi vuole immergersi in descrizioni di paesaggi naturali semplicemente sublimi, benché respingenti e drammaticamente attraenti allo stesso tempo, per chi intende conoscere in presa diretta le sorti delle popolazioni autoctone e i rapporti tra Russia, Giappone e Cina, sempre alla fine del secolo scorso.

La ricchezza d’acqua, la varietà di legname da costruzione, l’erba ad altezza d’uomo, l’incredibile abbondanza di pesce, nonché la presenza di giacimenti carboniferi – tutto farebbe pensare che un intero milione di abitanti possa condurvi un’esistenza beata e tranquilla. E in effetti sarebbe possibile, sennonché le gelide correnti del Mare di Ochotsk e i ghiacci che galleggiano lungo la costa orientale anche a giugno testimoniano con implacabile chiarezza che la natura, nel creare Sachalin, di tutto ha tenuto conto, salvo che dell’uomo e della sua felicità [L’isola di Sachalin, Anton Čechov, trad. V. Parisi]

Titolo: L’isola di Sachalin
L’Autore: Anton Čechov
Traduzione dal russo: Valentina Parisi
Editore: Adelphi
Perché leggerlo: perché si tratta di un monumentale affresco a tutto tondo dell’isola di Sachalin alla fine dell’Ottocento

(© Riproduzione riservata)

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