Un caffè turco a Lefkoşa: emozioni e riflessioni su Cipro del Nord

È giunto il momento di raccontare le emozioni vissute durante la visita alla doppia capitale di Cipro: Lefkosia, capitale della Repubblica di Cipro – toponimo greco e tradotto in Nicosia nel mio articolo – e Lefkoşa, capitale di Cipro del Nord – toponimo turco utilizzato come tale in seguito.

Per incominciare a raccontare di Nicosia/Lefkoşa cito un frammento della poesia di uno dei più noti poeti ciprioti di lingua greca, Vasilis Michailidis, contenuta nella raccolta Cipro nella letteratura” (Argo Edizioni).

(…) Ancora ti ricordano quanti son di qui passati,
ché ancora non s’è trovato chi t’ha dimenticata:
Franchi ed Osmalli ed altri stranieri
han sete dell’ebrezza dei tuoi aromi.
La tua architettura, che le stagioni
per gradi t’hanno eretto, varia si dispiega
e nel mezzo alta si leva Santa Sofia
come grandissimo cipresso in un giardino (…)
dalla poesia “A Lefkosia”, Vasilis Michailidis

Attraversare un’isola per varcare un confine

La sveglia suona presto, il sole brilla impietoso e arroventa l’aria sin dalle prime ore del mattino, accendendo il cielo di un blu che ricorda le maioliche portoghesi. Dal balcone di casa lo sguardo corre verso Mouttalos, le alture dietro la cittadina di Pafo: la vecchia Kebir Camii, la moschea, è lassù, silenziosa. Oggi è la giornata in cui lo ascolterò dal vivo, il richiamo del muezzin: per sentirlo occorre percorrere un po’ di strada.

Da Pafo a Nicosia si srotola una strada lunga circa 130 chilometri: le autostrade a Cipro sono gratuite, scorrevoli e ben tenute. La mia emozione cresce man mano che ci avviciniamo a Nicosia. Termina il distretto di Pafo. Un po’ di traffico nel distretto di Limassol. Corre via veloce il distretto di Larnaka. Eccoci nel distretto di Nicosia.

Il panorama cambia in continuazione: salutata la frastagliata costa di Pafo, ci addentriamo tra le colline di calcare, ai cui piedi si stendono uliveti a perdita d’occhio. Costeggiamo Limassol, nel cui castello si sposarono Riccardo Cuor di Leone e l’amata Berengaria, Limassol mi sembra immensa, bianca e bellissima nella sua confusione. Da lontano vediamo brillare il grande lago salato del distretto di Larnaka e subito dopo si prende a risalire la mesaora di Nicosia, la pianura centrale, circondata dai Monti Troodos.

E infine, eccoli. I due simboli di una repubblica che non esiste, i primi che riescono a vedere i miei poveri occhi miopi accecati dalla luce: la bandiera di Cipro del Nord disegnata sul fianco brullo e bruno di uno dei tre monti che abbracciano la città e lei, la bellissima Selimiye Camii, tappa imperdibile per chiunque visiti  Lefkoşa.

“Prego fornire i propri documenti”

L’autostrada volge al termine, nemmeno il tempo di renderci conto di essere arrivati a Nicosia che veniamo dati in pasto al traffico mattutino. La parte moderna di Nicosia si presenta come una vasta foresta di palazzi ed edifici di vetro e acciaio; l’aria è arroventata, pur essendo prima mattina la temperatura è già oltre i 40° gradi.

Per prima cosa, vogliamo superare la linea verde a piedi: il checkpoint pedonale è in Ledra Street, aperto nel 2008 dopo quasi 34 anni di chiusura, collega le due porzioni della città, altrimenti divise da un invalicabile muro.

L’ultima capitale divisa (foto: Claudia)

“Kalimera, prego fornire i propri documenti”, intimano gli ufficiali greco-ciprioti. E ci siamo, ora occorre attraversare i pochi metri della buffer zone, un luogo surreale che di fatto non è di nessuno. Gli edifici sono abbandonati, in rovina, i vetri rotti delle finestre, il tempo è fermo a quando la città venne divisa. Non potete scattare fotografie, sveltite il passo, non fissate troppo lo sguardo sulle barricate, sul filo spinato, sui cartelli minacciosi.

“Merhaba, prego fornire i propri documenti”, intimano gli ufficiali turco-ciprioti. Una veloce registrazione e siamo i benvenuti a Cipro del Nord, la repubblica de facto che viene riconosciuta solo ed esclusivamente dalla Turchia.

Nel corso di nessun’altro viaggio mi era successo di entrare in una dimensione completamente nuova dopo aver percorso soli pochi passi. A Lefkoşa è tutto diverso da Nicosia, così conturbante: i volti, le ragazze con il velo, le parole turche che suonano così diverse rispetto a quelle greche, gli ampi sorrisi, gli intensi profumi, i colori brillanti, i suoni e la confusione, le architetture, il tempo che sembra essersi fermato.

Lefkoşa: cose da non perdere 

La moschea di Selimyie Camii

Agli appassionati d’arte e di architettura, balza immediatamente all’occhio una serie di elementi strutturali che mettono una pulce nell’orecchio: è una moschea, questa? perché presenta gli archi rampanti tipici delle chiese gotiche? perché mi ricorda la cattedrale di Notre-Dame de Paris?

La moschea Selimyie Camii fu in origine una cattedrale gotica, dedicata a Santa Sofia, voluta dal re Enrico I di Lusignano agli inizi del Duecento, la dinastia regnante dell’epoca. Le maestranze si erano ispirate alle splendide cattedrali gotiche francesi per progettare e costruire Santa Sofia.

La struttura venne terminata oltre centocinquanta anni dopo, ma quando il Sultano Selim II, da noi noto con il nome di Solimano il Magnifico, prese Cipro trasformò Santa Sofia in una moschea, mozzando le torri campanarie in favore di alti e svettanti minareti.

Entrare in Selimyie Camii è un’esperienza incredibile: come in ogni moschea, prima di entrare è necessario togliersi le scarpe e, per le donne, coprirsi il capo con un velo – ve n’è un ampio scatolone fuori dal luogo di culto – ma ciò che impressiona il viaggiatore europeo è il fatto di trovare precisi elementi architettonici gotici, come gli archi, le colonne, le navate, i transetti e le volte, totalmente intonacate e, oltre ai suntuosi e soffici tappeti, sono ben pochi gli elementi d’arredo. Le vetrate gotiche – forse amate da Selim II, chissà – riflettono ancora la luce sui tappeti, proprio come ottocento anni fa si riflettevano sui marmi e sui simboli cristiani.

L’interno della Selimyie Camii: vi ricorda una cattedrale gotica? (foto: Claudia)

Belediye pazar, il piccolo bazar

Non aspettatevi niente di maestoso, riguardo al piccolo bazar di Lefkoşa, poco distante dalla Selimiye Camii: non ci sono né lampade magiche, né tappeti volanti,  qui si vendono principalmente frutta, verdura, artigianato, libri usati.

Però, ci sono le persone. C’è il fruttivendolo, che dispensa un sorriso anche se non acquisto nulla; c’è il mercante di libri, che solleva il suo sguardo dal libro che sta leggendo e mi invita a dare un’occhiata ai poveri libri stipati in ogni dove, consunti dal tempo e mangiucchiati dall’umidità, senza sapere che io di turco non parlo una parola.

Infine, c’è la signora che vende tessuti, sciarpe, tazze, lampade e che, dopo aver acquistato una pashmina, mi intima di attendere, corre nel retrobottega, e mi regala un piccolo amuleto: è l’occhio di Allah, mi spiega infervorata, serve ad allontanare il malocchio e le invidie formulate sotto forma di falsi complimenti. Il giorno in cui si romperà, vorrà dire che avrà fermato una maledizione contro di me, e dovrà sostituirlo subito, per essere di nuovo vegliata da quell’antichissimo simbolo.

Di tutto un po’ al piccolo bazar (foto: Claudia)

Büyük Han, il caravanserraglio di Lefkoşa

Gli Ottomani sono stati qui, e il magnifico Büyük Han ne è la prova. Manifestazione grandiosa dell’arte ottomana a Cipro, il Büyük Han è una delle più interessanti strutture edificate dagli ottomani dopo la conquista del 1572 ad opera del già citato Solimano il Magnifico.

Il Büyük Han era un caravanserraglio, ovvero una sorta di locanda, presente nella tradizione orientale, atta ad ospitare viaggiatori e commercianti – ai piani superiori – e i loro animali e le loro mercanzie al pian terreno. Se all’interno del Büyük Han trovavano ristoro e ospitalità mercanti e pellegrini, all’esterno erano presenti una serie di botteghe e negozietti aperti ai cittadini, luoghi nei quali venivano immediatamente vendute o scambiate merci e altri oggetti.

Nel centro del cortile del Büyük Han è presente una fontana, necessaria per le abluzioni rituali che impone l’Islam prima di procedere con le preghiere.

Il cortile interno del caravanserraglio ottomano nel cuore di Lefkoşa

Un muro, un tratto di matita verde

Nel 1964, come ho ricordato nei precedenti articoli su Cipro, gli ufficiali inglesi presero una matita verde e con un tracco sicuro e deciso sulla mappa divisero l’isola a metà. Le due comunità cipriote, greco-cipriota e turco-cipriota, venivano separate per – si credeva – evitare turbolenti scontri e disordini.

Tirare su un muro in poco tempo non è cosa semplice; inizialmente ogni cosa che separava poteva essere usata per la costruzione del muro: bidoni di ferro, carcasse di auto, sacchetti di sabbia. Con il tempo, il muro è diventato un’entità più ferma e tagliente.

Tra i due confini vi è la terra di nessuno, quella che si deve attraversare con passo spedito. Dopo la caduta del muro di Berlino e del confine che divideva Gorizia da Nova Gorica, Nicosia/Lefkoşa è diventata l’ultima capitale divisa.

Ad un certo punto, ho avviato Google maps e sono andata incontro ad un tratto di muro. Ho seguito viuzze strette e polverose, ho buttato lo sguardo dentro una casa dalla porta aperta dove si vedevano dei bambini piccoli stesi in terra davanti alla tv, ho camminato ancora un po’ e svoltato un angolo e sì, eccolo, il muro.

Non è un limite di proprietà. E’ il limite tra l’Europa e un Paese che non esiste, che forse è in Asia ma che guarda all’Europa e si augura di riunificarsi (foto: Claudia)

L’invito del muezzin e il caffè turco di Lefkoşa

Poco prima di pranzare, cercando rifugio dal caldo torrido, troviamo la piccola moschea chiamata Turunçlu Fethiye, circondata da un rigoglioso giardino con alberi di fico, bouganville e qualche gatto assonnato. Seduti sui gradini, studiamo la prossima tappa, quando all’improvviso sentiamo dei passi frettolosi dietro di noi, i tacchi di scarpe che battono sulla pietra. È un uomo anziano, basso di statura, con la maglia a righe e il volto sudati, sorridente. Butta via le scarpe consunte prima di entrare nella moschea e quando ne esce, poco dopo, mi fa cenno di entrare.

Non me lo faccio dire due volte: levo le scarpe e mi sistemo sul capo la sciarpa appena acquistata al piccolo bazar. Entro in punta di piedi, perché l’uomo – il muezzin – sta lavorando e non voglio disturbarlo. Mentre io fotografo l’interno della moschea, il muezzin accende i ventilatori e ripone l’aspirapolvere in uno stanzino. Quando i nostri sguardi si incrociano, ci sorridiamo.

Terminata nel 1825, la moschea di credo sunnita è un bell’esempio di architettura ottomana con dettagli barocchi; pregevoli il balconcino in legno verde – colore che richiama l’Islam – dedicato alle donne e la scritta in turco ottomano sul portale d’ingresso.

Il gentile muezzin che mi ha lasciata entrare nella moschea benché la stesse preparando per la preghiera del mezzogiorno (foto: Claudia)

E ora, a noi, caro il mio caffè turco. Dopo un pranzo a base di felafel, insalata, salse dal contenuto sconosciuto ma buone, ecco che arriva il momento più atteso della giornata: il caffè turco sarà davvero così forte come si dice?

Turkish coffee, very good” ridacchia il baffuto cameriere che mi ricorda Alì Babà. Poi mi chiede se lo voglio con o senza zucchero, perché lo mettono loro. Vada per lo zucchero. Qualche secondo dopo, mi consegna una tazza bianca che tracima di caffè schiumoso, tanto ce n’è ha pure sporcato il piattino. Nel frattempo, io commetto l’errore di rimestare il caffè come avrei fatto in Italia, e il muezzin prende a cantare; sarà il mio amico con la maglia a righe?

Vado: butto giù la prima sorsata di caffè. È fortissimo, è come bere cinque dei nostri espressi. Appena il mio Alì Babà si volta, lo allungo con l’acqua. Una, due, tre volte. All’ultima sorsata, finalmente, vedo comparire i fondi del caffè e ce n’è quasi un dito. Mi torna in mente che nel mondo orientale esiste la caffemanzia, l’arte di leggere i fondi del caffè. Oh, come vorrei leggere i fondi del mio caffè… Vorrei sapere se un giorno, in futuro, tornerò nella mia amata isola!

Peccato che il tempo stringa, che i chilometri da coprire per tornare a Pafo siano tanti, che manchi ancora da visitare la parte greca di Nicosia e quindi, per ora, il mondo turco lo devo salutare.

Rieccoci a Nicosia, Europa (foto: Claudia)

(…) O città bella, ricca un tempo,
con trono regale e re,
se perdute hai le tue grandezze antiche,
come prima però sei nuovamente bella (…)
“A Lefkosia”, Vasilis Michailidis

Due ispirazioni per organizzare un viaggio indimenticabile a Cipro

Piccole cose da sapere su Cipro:

  • Per varcare il confine tra Nicosia e Lefkoşa è sufficiente la carta di identità
  • A Lefkoşavengono accettati gli euro benché la moneta ufficiale di Cipro del Nord sia la nuova lira turca
  • Le ostilità tra Repubblica di Cipro e Cipro del Nord sembrano essere cessare, ma prima di raggiungere i confini suggerisco di controllare sul sito Viaggiare Sicuri
  • Sia nella Repubblica di Cipro, sia a Cipro del Nord la circolazione dei veicoli è a sinistra (sorpasso a destra).
  • Prima di intraprendere un viaggio a Cipro, consiglio di leggere “Un album di storie” di Andonis Gheorghìu (trad. V. Gilardi, Stilo editrice), un capolavoro per immergersi nella storia e nella cultura greco-cipriota e turco-cipriota

*

Siamo giunti al termine del viaggio. Spero che l’articolo vi sia piaciuto, vi abbia incuriositi riguardo a Cipro. Ogni volta, quando racconto o parlo di Cipro, mi rendo conto della passione io ci metta e questo mi fa capire quanto la meravigliosa isola – una delle più belle del Mediterraneo – mi sia rimasta nell’animo e quanto io sogni di tornare ancora, per rivederla, per riviverla, per innamorarmi di nuovo di lei.

(© Riproduzione riservata)

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