Mohammad Hossein Mohammadi | I fichi rossi di Mazar-e Sharif

Hanno tirato fuori i nostri cadaveri dal pozzo e li hanno portati via. Ci eravamo svegliati qualche giorno dopo, quando avevamo sentito i passi dei loro piedi sopra di noi.
– Ci hanno trovato – ho detto.
– Stavamo in pace – ha detto mio padre – e adesso si ricomincia con la confusione.
(…) – Non capiscono che i morti non vanno svegliati – ha detto ancora mio padre.
– Noi non siamo morti – ho risposto io – siamo stati uccisi.
[Dal racconto “I morti”, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Parlare dell’Afghanistan è tutt’altro che facile. Come si può raccontare un Paese che da decenni conosce solo la guerra, la morte e la paura costante? L’autore afghano Mohammad Hossein Mohammadi prova a raccontare la sua terra martoriata da proiettili e autobombe, di bambini uccisi e di crudeltà, attraverso una serie di racconti raccolti ne “I fichi rossi di Mazar-e Sharif“, tradotti da Narges Samadi, per l’Associazione Culturale Ponte 33.

I protagonisti delle storie che compongono la raccolta sono civili, militari, uomini, donne e bambini. Sono vittime e carnefici, subiscono oppure infieriscono. Sullo sfondo c’è l’Afghanistan, terra contesa da secoli, già dai tempi del Grande Gioco tra l’Impero britannico e la Russia; una terra che nel corso della sua recente storia ha conosciuto più fatti di guerra che di pace; dall’intervento sovietico in Afghanistan, durato oltre dieci anni, all’arrivo dei talebani, fino all’intervento americano e agli strascichi post-bellici di oggi. Perché ancora oggi l’Afghanista è tutt’altro che un luogo sicuro dove vivere e crescere.

Gli ci volle un’ora buona per scavare una buca della taglia dell’uomo. Trascinò il cadavere sulla neve e così com’era, disteso sul fianco, lo buttò nella fossa. Mentre gettava sul corpo fango ghiacciato misto a neve, il suo sguardo fu attratto dagli stivali nuovi del soldato. Dai piedi ghiacciati, infilati in un paio di vecchie galosce, il freddo gli risaliva per tutto il corpo facendolo rabbrividire. Si accovacciò accanto ai piedi del morto, ma non riuscì a slacciare i lacci congelati. Allora tirò fuori dalla tasca il coltello e li tagliò. Poi con grande fatica sfilò gli stivali [dal racconto Non svegliamo i bambini!, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Mazar-i Sharif – Veduta

Moschea Blu di Mazar-e Sharif (fonte: Wikipedia)

I conflitti distruggono tutto: vite, case, averi, umanità. Soprattutto l’umanità, perché nel corso di una guerriglia il difficile è mantenersi umani, poiché l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento su tutto e non ci si fanno molti problemi a rubare oggetti ai morti oppure a fingere di non aver visto un sopruso o approfittare di una donna disperata che si prostuisce, rischiando la lapidazione, per quattro denari.

Ci si abitua alla morte, allo stesso modo ci si abitua all’essere più simili a bestie che a uomini dotati di una certa morale. I bambini nati in questi ultimi anni non hanno conosciuto altro che morte, hanno imparato subito ad aver paura dei velivoli che volano troppo vicini al suolo.

Si era svegliata per il rombo degli aeroplani. Da quando il padre non era più in casa, la mattina si svegliava sempre con il rombo degli aeroplani. Quando si affacciò nel cortile, il sole che era sorto dietro l’albero di fichi l’abbagliò [dal racconto I fichi rossi di Mazar-e Sharif, M. Hosseni Mohammadi, trad. N. Samadi]

Herat province landscape and settlement.jpg

Herat, Afghanistan (fonte: Wikipedia)

Lo stile scelto da Mohammadi per parlare del suo Afghanistan lacerato è asciutto, duro, secco. Non vi è spazio per le descrizioni, spesso vengono riportati dialoghi secchi e frasi corte, incisive. La guerra non porta fronzoli, con sé; le parole tagliano come lame di coltello e non possono lasciare indifferente chi legge queste parole.

L’Afghanistan può sembrare una realtà molto distante da noi, ma non è così. Per me l’Afghanistan rappresenta quel luogo bellissimo ed incredibile, fatto di montagne altissime e steppe sconfinate, che tanto vorrei vedere coi miei occhi, ma che a causa dei conflitti e dei pericoli difficilmente vedrò mai.

C’è solo un modo per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa: leggere racconti come questi che compongono la raccolta “I fichi rossi di Mazar-e Sharif” di M. Hosseni Mohammadi. Attraverso queste pagine che necessariamente colpiscono e trasudano morte, sangue e dolore, se si guarda con attenzione si legge anche la voglia degli afghani di vivere in un Paese in pace. Un Paese dove crescere, dove giocare, dove non avere più timore di rischiare la vita, sia per chi resta, sia per chi tenta di fuggire.

Titolo: I fichi rossi di Mazar-e Sharif
L’Autore: Mohammad Hosseni Mohammadi
Traduzione dal persiano: Narges Samadi
Editore: Ponte 33
Perché leggerlo: per capire l’Afghanistan e la sua storia complessa, perché nessuna realtà è davvero così lontana alla nostra

(© Riproduzione riservata)

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