Brian Turner | La mia vita è un paese straniero

Raccontare la guerra non è facile. Chi vive un’esperienza traumatica si trova per tutto il resto della propria vita a fare i conti con le azioni commesse e i comportamenti tenuti. Se si hanno padri e nonni che la guerra l’hanno fatta e la conoscono bene, non si può che essere irrimediabilmente segnati. Ne “La mia vita è un paese straniero” (NN editore, trad. G. Calza, 208 pagine, 18 €) Brian Turner prova a raccontare le sue esperienze, e lo fa sempre in bilico tra uno stile poetico e uno crudo e violento.

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Titolo: La mia vita è un paese straniero

L’Autore: Brian Turner ha servito per sette anni nell’esercito americano. È stato in Bosnia-Erzegovina e in Iraq, in Medio ed Estremo Oriente. Saggista e docente universitario, ha debuttato nel 2005 con la raccolta di poesie Here, Bullet, ottenendo riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua seconda raccolta, Phantom Noise, è stata candidata al premio T.S. Eliot nel 2010

Traduzione dall’inglese: Guido Calza

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto

(…) direi che ci è capitata una sistemazione solida per dormire e prepararci alle missioni. Nel giro di pochissimo tempo, qualche giorno al massimo, l’America scompare. Strade e città si allontanano e svaniscono, sostituite da frutteti e boschetti di datteri e dal Tigri, dal paesaggio iracheno di un’epoca di violenza [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Militare, che tu lo voglia o no, lo sarai per sempre. Hai la guerra nel sangue, hai la dimestichezza con le armi, ti sei nutrito sin da piccolo dei racconti dei bisnonni, dei nonni e dei tuoi padri. Sarai sempre il sergente Turner perché certe cose dalla mente non si cancellano. Ci si può provare, certo, a togliersi dalla retina le immagini dei corpi dei compagni smembrati, il rumore raccapricciante dei colpi di mortaio, l’ansia che sale nella notte quando si dovrebbe riposare ma non si dorme per paura di un attacco suicida.

Che cos’è la guerra? Il verde triste delle divise, la ruvidezza della polvere del deserto sotto i molari, il vento caldo che impasta la sabbia col sudore. E’ l’acqua del fiume Tigri che continua placida a scorrere, nonostante a Mosul si scateni l’inferno. E’ il colpo d’arma da fuoco che colpisce la testa di un compagno. E’ il sangue rosso brillante che sgorga dalla tempia di un bambino che credevi imbottito di esplosivo. Sono le lacrime fredde di una bambina che abbraccia la bara avvolta dalla bandiera americana dove riposa per sempre suo padre.

Quanto dura la guerra? Per sempre. Per sempre sarà con chi l’ha vissuta, obbligato alla leva o volontario. Per sempre restano i fantasmi e si aggirano lievi attorno a te, quando pensi di essertene liberati ecco che tornano all’improvviso: durante una cena di Natale, durante una vacanza, durante una giornata trascorsa con tua moglie.

Come si racconta la guerra? Sembra impossibile raccontare la guerra. Ho letto tanti libri che parlano di guerra, visti con gli occhi dei militari, dei giornalisti, degli amici e parenti rimasti a casa ad attendere. Attendere cosa? Il ritorno del loro figlio, amico, marito, amante. No, non venite a suonare alla mia porta, voi del governo, non venite a dirmi che mio figlio, il mio amico, mio marito, il mio amante è morto.

Eppure, nonostante sembri impossibile raccontare la guerra, ci sono scrittori e scrittrici che ci riescono e lo fanno molto bene. Brian Turner prima di essere scrittore o militare è un poeta e quest’ultima affermazione trova conferma in ciò che lui riesce a scrivere.

Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, qualche che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta? (…) Il mondo in rovina prenderà casa dentro di me. E tutti costoro ci seguiranno fino ai nostri aerei e s’imbarcheranno con noi. Cammineranno per le strade americane, nella mia città, staranno nel mio giardino a notte fonda, magari si siederanno ai piedi del letto per vedere me e mia moglie attorcigliati insieme in un sogno [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

Soldiers from the Iraqi army and 4th Platoon, Alpha Company, 1st Battalion, 111th Infantry Regiment (Associators), 56th Stryker Brigade Combat Team, 28th Infantry Division, Pennsylvania National Guard, Multi-National Division Baghdad, load onto UH-60 Blackhawk helicopters at the end of a Joint Air Assault Operation to intercept and prevent illegal weapons movement near Mushada, Iraq, on May 11.

Joint Air Assault Operation in Mushada (Joint Combat Camera Center Iraq, photo by Spc. Neil Stanfield. Credits: Attribution 2.0 Generic CC BY 2.0)

“La mia vita è un paese straniero” è un libro prima di tutto molto particolare: non è un romanzo, ma una raccolta di pensieri, all’apparenza sconnessi, che hanno la guerra come filo conduttore; guerra che, come scrivevo, non è solo quella alla quale ha partecipato il sergente Turner, ma vengono citate anche le guerre dei suoi padri e in generale le guerre che hanno visto i giovani militari americani in prima linea.

Questi pensieri forti e sparsi sono molto personali e sono nati in tempi diversi: per questo si registrano cambi di tempo verbale, dal passato remoto al presente al futuro, e spesso non sono facilmente interpretabili (ma alla fine si trovano delle note scritte dall’autore che aiutano il lettore a districarsi tra il gergo militare, i luoghi e le guerre citate).

Ci sono frammenti di memoria bellissimi, nella loro crudezza, così poetici che si stenta a credere che nella guerra ci possa essere tanta poesia; altri sono più contorti e di difficile interpretazione. I pensieri del sergente Turner rispecchiano la vita militare e cambiano velocità della narrazione: lenti quando i soldati sono in attesa, con l’ansia crescente man mano che si avvicina l’azione; veloci quando si entra nel cuore dell’azione, quando si corre leggendo le parole di Turner, fino a ritrovarsi senza fiato e a rileggere di nuovo dall’inizio per godersi con più calma le parole.

Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. E anche se ne avesse, non vorrebbe [La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, trad. G. Calza]

“La mia vita è un paese straniero” di Brian Turner è un libro non facile, non divertente, non semplice. Ma è un libro poetico, ricco, necessario. Ed io sono veramente contenta di averlo letto.

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