Ada Murolo | Si può tornare indietro

La storia della città di Trieste non la conosco molto bene: non essendoci ancora stata ed essendo arrivata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale con il programma di storia del liceo, non sapevo che ufficialmente Trieste fu annessa all’Italia nell’ottobre del 1954. Il romanzo “Si può tornare indietro” di Ada Murolo (Astoria edizioni, 205 pagine, 16 euro) si svolge durante la cerimonia di annessione del 4 novembre 1954, quando le truppe italiane entrarono a Trieste, in una giornata in cui la Storia si fonde con le vicende personali delle due protagoniste femmili Alina e Berta.

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Titolo: Si può tornare indietro

L’Autrice: Ada Murolo è nata a Palizzi (Reggio Calabria) nel 1949 e ha vissuto a lungo a Trieste. Laureata in Lettere classiche, ha insegnato Letteratura italiana e latina in varie città italiane e in Croazia. Nel 2008 ha pubblicato un libro di racconti, La città straniera (Città del Sole) e nel 2013 il suo primo romanzo, Il mare di Palizzi (Frassinelli), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii – Selezione Opera Prima.

Editore: Astoria edizioni

Il mio consiglio: un libro consigliato soprattutto a chi ama – e magari non lo sa ancora – Trieste e la storia di due donne forti che hanno attraversato un periodo storico molto difficile

Era tornata a Trieste perché ne aveva nostalgia: i suoi palazzi, le industriose botteghe, persino il tanfo di birra e di crauti e di cren agli angoli di vie nascoste e nei cantoni della Città Vecchia, l’azzurrognolo del cielo senza orizzonte, colluso con la chiara vastità della marina che penetrava fin dentro alla città, dentro gli arcani caffè, velava le facciate e acquerellava le cupole di cilestino, e poi il blu profondo di alcune luminose mattine di bora. Era tornata perché in Romagna sospetti, miseria e ostilità l’avevano spinta verso casa, ma soprattutto perché l’indifferenza di Bernì le aveva spezzato il cuore [Si può tornare indietro, Ada Murolo, Astoria edizioni]

E’ la mattina del 4 novembre 1954, Trieste e i suoi abitanti sono in festa: la città sta per tornare ufficialmente all’Italia. Alberta Allegretto si trova tra la folla con Rosina e Lea, le sue figlie, e con i suoi fratelli e suoi cognati; Berta è ritornata a Trieste da poco, fuggita da una Romagna aspra e povera, una vita fatta di troppi sacrifici e poche gratifiche. Berta ha lasciato il marito, in Romagna, preferendo una vita cittadina da mamma lavoratrice anziché una vita contadina sottomessa ai maschi di casa.

Alina Rosenholz è una donna che ha una serie di numeri tatuati sul braccio, i ricordi di un passato triste che continuano a tormentarla, un presente difficile da gestire e accettare. Fuggita dall’Ospedale San Giovanni, scende in Piazza Grande e si ritrova confusa nel bel mezzo di una folla oceanica, sulla quale sventolano le bandiere italiane e dove, dall’alto di un grande palco, il Sindaco sta per pronunciare un discorso.

E’ un attimo, un lampo di luce: due orecchini indossati da Berta fanno scaturire una serie di ricordi nella mente di Alina. Le donne si conoscono, hanno trascorso molto tempo assieme, anni prima. Prima che la guerra irrompesse nelle loro vite e le scelte di ognuna le facessero divergere dal sentiero che avevano percorso assieme fino a quel momento.

I suoi giorni erano un mazzo di carte sparpagliate in gran confusione sul tavolo da gioco. Allora con gli occhi chiusi, angosciata, provò a mettere ordine tra le tessere della sua vita, una dopo l’altra, cercando di ricomporre il tempo [Si può tornare indietro, Ada Murolo, Astoria edizioni]

Da questo punto, inizia una serie di lunghi flashback nei quali viene raccontata la vita di Berta e di Alina: le storie delle loro famiglie, le difficoltà della guerra, le scelte delle due ragazze, fino ad arrivare a quella fatidica giornata del 4 novembre 1954.

A far da sfondo c’è soprattutto Trieste, una città multiculturale descritta in un modo così minuzioso da sorprendere il lettore quando, alzati gli occhi dalle pagine, ci rende conto che non si è davvero a Trieste. Le viuzze della città, la maestosità delle piazze, le raffiche di bora, i cieli limpidi o grigi, l’orizzonte dove mare e cielo si fondono, sono alcune delle immagini – bellissime – dove emerge tutto il fascino di Trieste.

I personaggi sono caratterizzati molto bene, a partire dalla due protagoniste femminili, fino alle rispettive famiglie e persone incontrate durante il loro cammino. La storia personale delle due donne è decisamente verosimile, penso che la guerra abbia davvero diviso moltissime amicizie e famiglie.

I dialoghi tra i personaggi sono quasi interamente in dialetto triestino, essendo io del nord-ovest non ho così faticato a comprenderlo, anche se spesso ho dovuto rileggere alcune parole e cercarne la traduzione. L’utilizzo del dialetto nel testo dà senza dubbio ancor più veridicità alla storia: immagino che negli Anni Cinquanta molti parlassero soprattutto il dialetto e l’italiano fosse solo per le occasioni formali.

Mi è piaciuta l’idea di concentrare tutto il romanzo in un’unica giornata aprendo finestre sul passato dei personaggi e ho apprezzato il punto in cui emerge il flusso di coscienza di Alina, alla fine del romanzo: due elementi che mi hanno fatta pensare a James Joyce, che a Trieste aveva trascorso parecchio tempo.

C’è una piccola controindicazione alla lettura di questo romanzo: vi farà venire voglia di prendere un treno o un aereo per il Friuli Venezia Giulia, perché vorrete visitare questa città, così ferita e così umiliata, ma che non ha mai perso fascino e bellezza.

Quella giornata, che custodiva in seno il tempo sospeso di migliaia di vite, dunque sembrava allentarsi e sgretolarsi per liberarne di nuovo il corso e, mentre nell’aria risuonava ancora, flebile ormai, l’eco eroica della speranza collettiva, riprendevano il cammino interrotto i pensieri mediocri e quotidiani di ognuno, liberati dalle maglie di quell’illusoria felicità nuova [Si può tornare indietro, Ada Murolo, Astoria edizioni]

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