Breece D’J Pancake | Trilobiti

Il tempo e i sentimenti sono cristallizzati nei dodici racconti che compongono il volume Trilobiti di Breece D’J Pancake (minimum fax, 191 pagine, 16 euro), sono gli unici dodici racconti che potrete mai leggere di Pancake, morto suicida a soli ventisei anni nel lontano 1979. Affrontare la lettura di questi racconti non è semplice, vi sono aspetti che trascendono dalla semplice comprensione di un testo; vi sono simbologie e difficoltà nel decifrare le emozioni, ma per i lettori che amano le sfide Trilobiti è un libro irrinunciabile.

20160520_103030

Titolo: Trilobiti

L’Autore: Breece D’J Pancake (1952-1979) nacque a South Charleston e visse a Milton, in West Virginia. Dopo la laurea frequentò un corso di scrittura creativa e insegnò all’accademia militare. Amava cacciare, campeggiare e andare a pesca. Morì suicida a soli 26 anni

Traduzione dall’inglese: Cristiana Mennella

Editore: minimum fax

Il mio consiglio: Trilobiti è una raccolta di racconti non sempre facili da comprendere, non solo per il linguaggio ma per la simbologia che sta dietro a molti fatti narrati. Non lo consiglio a tutti, ma solo a chi è motivato a conoscere uno scrittore particolare che ha segnato la storia della narrativa americana

Dal soffice tappeto di muschio vicino alla chiusa Reva fissava le due lune, una quieta, sospesa sull’Ohio, l’altra spezzata dalla corrente placida del fiume. Le zanzare ronzavano nelle orecchie, succhiavano sangue dal suo tenero scalpo, ma lei non si mosse. Più a monte, lo zoccolo di un cervo sprofondò nel fango morbido, ma Reva continuò a guardare la luna acquatica, la stessa luna che – lo sapeva – Clinton guardava con la sua troia a Cincinnati. Si toccò il ventre per sentire il bambino che non c’era mai stato, e avrebbe voluto quasi disfare quello che aveva fatto, perfino dimenticarlo (…) Si alzò, le schioccarono le ossa perché era rimasta seduta troppo a lungo sulla rugiada, e con le dita fredde seguì le lettere incise sull’albero. Toccò tutto quello che restava della sua famiglia: L. C. N. C. ’67 [dal racconto Il marchio, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

Per parlare dell’intera raccolta ho scelto di partire dall’estratto del racconto Il marchio, perché è uno dei più belli – a mio modesto avviso – e perché in questo preciso estratto si concentrano un po’ tutti i temi cari a Breece D’J Pancake. Reva è la protagonista femminile del racconto, moglie di un allevatore di tori; dopo la giornata trascorsa ad una fiera di paese dove il marito ha deciso di esporre il toro Pippi per cercare di vincere un premio, Reva una volta tornata a casa realizza che nemmeno questa volta è incinta ma soprattutto e lungo il corso del fiume dove si siede capisce di essere davvero sola e che della sua famiglia è rimasto ben poco.

Lungo la sponda dove siede Reva si abbevera un cervo: gli animali sono un’altra costante dei racconti di Pancake. Si trovano cervi, volpi, opossum, scoiattoli, serpenti, cani, tartarughe acquatiche; in ogni racconto ci sono gli animali, spesso fanno solo da contorno, spesso sono vittime innocenti del disagio e della follia umana. Gli animali sono simboli, e spezzare le loro vite oppure salvarli o ancora osservarli, ha per Pancake un significato intrinseco.

Il paesaggio, sempre accuratamente descritto, è un’altra costante dei racconti di Pancake. Siamo in West Virginia, dove visse l’autore e dove vivono i personaggi dei racconti; personaggi che amano e odiano le campagne della West Virginia, anche se alcuni non le lascerebbero mai anche se sogna di saltare su un treno per l’Ohio (come il protagonista del racconto Trilobiti), altri vorrebbero scapparsene lontano, come hanno fatto i suoi amici più furbi.

Ho sentito dire che in Georgia non sanno guidare con la neve e che in Arizona sbroccano al volante con la pioggia, ma nessun ragazzo purosangue del West Virginia andrebbe a meno di centoventi all’ora su un rettilineo, perché certe occasioni non te perdi in una terra dove le cartine stradali somigliano a un barile di vermi con il ballo di San Vito. A quei tempi Chester scoprì che la gente filava via dal West Virginia sulla Interstate 64 in rotta verso posti più interessanti come l’Ohio e l’Iowa, e per prima volta in vita sua Chester mise la quarta sulla sua Chevy con motore Pontiac (…) non chiedetemi dove andò Chester, perché lo rividi solo quattro anni dopo e a quel punto non parlava [dal racconto “La mia salvezza”, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

I personaggi dei racconti svolgono sempre mestieri semplici, sottopagati, denigranti e rappresentano uno spaccato reale della provincia americana degli anni Sessanta e Settanta. Sono benzinai, carrozieri, minatori, prostitute, agricoltori, allevatori di tori e maiali, camionisti, scaricatori di porto, bracconieri, ex-pugili. I dialoghi dei personaggi sono spesso sgrammaticati, mancano i congiuntivi oppure le espressioni sono difficili da interpretare (I maiali mi fissano, sbuffano vicino al trogolo. Aspettano che gli do da mangiare e mi avvio verso il recinto).

Echeggiano le guerre, nelle voci e nei racconti dei personaggi. La Seconda Guerra Mondiale, con i ricordi di chi l’ha combattuta in Europa, e si odono gli inquietanti echi della guerra in Vietnam.

Infine, la sensazione del tempo che passa, come l’acqua di un fiume, senza aspettare né guardare in faccia nessuno è un ulteriore aspetto dei racconti di Pancake. Tutti i protagonisti dei racconti si guardano indietro e accettano le scelte compiute, oramai impossibili da cambiare. Sono persone che hanno perso qualcosa e più riflettono sulle loro scelte, più hanno difficoltà ad accettarle. Collezionano oggetti di vario tipo: punte di freccia indiane, fossili, cristalli, pietre, foglie, fiori, carte. Come Colly, il protagonista di Trilobiti, che osserva le colline nella valle del fiume Teays e immagina com’era milioni di anni fa, forse invaso dalle acque, dove un tempo passeggiavano i trilobiti sul fondali marini.

Dicevo che lo stile non è per niente facile da capire alla prima lettura: al di là della mancanza dei congiuntivi nei dialoghi per sottolineare forse la povertà e l’ignoranza di certi personaggi, ma le immagini e certi gesti sono stati difficili da interpretare. Alcuni li ho riletti a distanza di qualche giorno, per capirli meglio. In alcuni casi questa tecnica ha funzionato: mi sono resa conto soprattutto dell’essenzialità delle parole di Pancake, con pochissime frasi spiega qualche concetto o qualche azione. Per altri, come Valle o L’attaccabrighe, penso dovrò rileggerli di nuovo. Perché la scrittura di Breece D’J Pancake non può essere letta in modo superficiale, credo; ha bisogno di essere metabolizzata e alla fine ai lettori necessariamente porterà a dire che fu una grave perdita, quella di Pancake, per la letteratura americana del Novecento.

Mi alzo. Stanotte dormirò a casa. Un giorno chiuderò gli occhi in Michigan, forse anche in Germania o in Cina, ancora non lo. Cammino, ma non ho paura. Sento la paura allontanarsi nel tempo, come cerchi che si allargano, per milioni di anni. [dal racconto Trilobiti, Breece D’J Pancake, trad. C. Mennella]

Advertisements

2 pensieri su “Breece D’J Pancake | Trilobiti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...