Kent Haruf | Canto della pianura

Ritornare a Holt è stato bello come andarci per la prima volta. Mi è mancato Holt, quel paese spazzato dal vento immerso nelle pianure del Colorado, la polvere rossa, che si deposita dappertutto, dando agli oggetti un fascino antico; mi sono mancate le persone, con i loro guai, le loro storie, in una parola, le loro vite. Leggendo “Canto della pianura” di Kent Haruf (traduzione F. Cremonesi, 303 pagine,18 euro) sono ritornata a Holt e, se volete, porto anche voi.

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Titolo: Canto della pianura

L’Autore: Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speziale alla PEN/Hemingway Foundation

Traduzione dall’inglese: Fabio Cremonesi

Editore: NN editore

Il mio consiglio: per chi è già stato a Holt, sarà come tornare a casa; chi non c’è mai stato, son certa che si innamorerà di questo paese delle pianure del Colorado e delle persone che lo abitano

La corriera proseguì ed entrò nella contea di Holt, la campagna era di nuovo piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici intorno a fattorie isolate e le sue strade sterrate che andavano esattamente da nord a sud, come le linee in un libro illustrato per bambini, e c’erano le recinzioni in filo spinato lungo i fossi rettilinei in cui le mucche pascolavano con i loro vitellini e qua e là una giumenta fulva con un puledro appena partorito, e all’orizzonte le basse colline sabbiose, che da lontano sembravano blu come prugne. Il frumento invernale era l’unica nota verde. Era il crepuscolo quando fecero l’ultima curva a ovest della città e passarono sotto il ponte della ferrovia, poi rallentariono entrando a Holt e passarono accanto allo Shattuck’s Café e al Legion. Si stavano giusto accendendo i lampioni. La corriera si fermò al Gas and Go, all’incrocio tra la Higway 34 e Main Street. (…) si alzò dalla poltrona e scese lentamente i gradini. L’aria della sera era fredda e tagliente. [Kent Haruf, Canto della pianura, trad. F. Cremonesi]

Ho volutamente evitato di scrivere il nome del personaggio che torna a Holt, dopo un lungo viaggio fatto di pensieri e decisioni. Quando ho letto questa bellissima descrizione, oltre a sentirmi seduta sul sedile della corriera mentre dal finestrino sfila un panorama quasi bucolico, ho pensato che il personaggio che tornava a Holt avrei potuto essere io.

Ero già stata a Holt qualche mese fa, leggendo Benedizione. In Canto della pianura facciamo un salto indietro nel tempo, rispetto a quanto raccontato in Benedizione. C’è un lieve accenno al negozio di ferramenta di Dad Lewis, ma i personaggi che ho conosciuto in Benedizione qui non si ritrovano più; ma ci sono altri personaggi che raccontano storie e legami che intrecciandosi tra loro compongono un magnifico affresco.

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– Winter Corn Fields, Andrew Wyeth (1942)

C’è Tom Guthrie, insegnante di Storia americana, alle prese con una moglie malata e due figli piccoli da crescere, Ike e Bobby. C’è Victoria Roubideaux, una ragazzina di diciasette anni che alla fine dell’estate scopre una cosa di se stessa e prende una decisione importante; c’è Maggie Jones, un’altra insegnante del liceo, che aiuta Victoria a portare avanti le sue scelte; i fratelli McPheron, due anziani dai capelli color ferro e le mani callose, che hanno da sempre allevato bestiame, due fratelli la cui vita verrà stravolta da una serie di eventi che li rimetteranno in gioco.

Ci sono poi altri personaggi, che ruotano attorno ai protagonisti. Il preside della scuola, gli studenti, il medico, il veterinario, insomma, c’è tutta l’umanità di un piccolo paese sperduto nelle campagne ventose e polverose del Colorado, con il coro di voci che sovrapponendosi dando origine ad un bellissimo canto.

Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo lo sia. Non so. E nemmeno mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno e qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto nemmeno un problema in vita vostra. Non il tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione. [Kent Haruf, Canto della pianura, trad. F. Cremonesi]

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– Spring fed, Andrew Wyeth (1967)

Infine c’è la cittadina di Holt e le pianure che la circondano, spesso innevate, ghiacciate e spazzate da un vento gelato; ci sono le bellissime descrizioni degli ambienti, delle case delle persone – ordinate oppure chiassose – ci sono i sentimenti profondi che vivono in ognuno dei protagonisti; c’è la crescita di alcuni di loro, l’arrivo della consapevolezza, la fine dell’infanzia, dell’adolescenza e la presa di responsabilità; c’è l’alternarsi delle stagioni, inesorabile, dall’autunno fino alla primavera. C’è la vita che nasce, in aprile, dopo il gelo dell’inverno. Ma in Canto della pianura c’è soprattutto la voce di Kent Haruf, che non smette di sussurrarci storie, ammaliandoci e regalandoci, ancora una volta, un romanzo che è una vera e propria gemma della letteratura.

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