Tschingis Aitmatov | Il battello bianco

Il battello bianco” di Tschingis Aitmatov (marcos y marcos, 203 pagine, 14,50 €) è uno dei libri che ho acquistato al BookPride di Milano; era da parecchio tempo che desideravo leggere questo autore kirghiso, più o meno da quando lo trovai citato in un libro che amo molto: “Buonanotte signor Lenin” di Tiziano Terzani. Al BookPride sono stata indecisa se acquistare “Il battello bianco” oppure “Melodia della terra“: ho scelto più che altro in funzione della copertina, ma al Salone del Libro di Torino comprerò sicuramente anche “Melodia della terra“.

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Titolo: Il battello bianco

L’Autore: Tschingis Aitmatov originario della Kirghisia, fu ministro per il governo Gorbaciov  durante la Perestoika e ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo; da sempre sostenitore dell’importanza delle minoranze, del pacifismo e dell’ambientalismo, fu anche diplomatico presso le ambasciate dell’ONU, CEE e UNESCO. I suoi romanzi sono molto apprezzati in Russia e nel mondo. Per marcos y marco è disponibile anche “Melodia della terra

Traduzione dal russo: Gigliola Venturi

Editore: marcos y marcos

Il mio consiglio: “Il battello bianco” è un romanzo imperdibile, con una delicatezza e una capacità narrativa rara Aitmatov racconta una storia bellissima e struggente

Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi, non ne rimane niente. E’ questa la storia. Quell’anno aveva compiuto sette anni, era entrato nell’ottavo. Prima di tutto comperarono la cartella. Una cartella di tela nera, dalla luccicante chiusura metallica a scato, che si inseriva sotto la staffa. Insomma, la più straordinaria delle più ordinarie cartelle di scuola. A pensarci, tutto cominciò da lì. [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

Nel remoto e boscoso Vallone San Taš, in Kirghisia, vivono solo tre famiglie: gli uomini lavorano come guardaboschi, mentre le donne si occupano della casa e delle faccende domestiche. Ci sono gli sposi Sejdachmat e Gul’dzamal con la loro bambina piccola; ci sono zio Orozkul e zia Bekej; infine, ci sono il nonno Momun, la nonna e il bambino. Il bambino ha sette anni, va per gli otto, e vive in questa valle bellissima quanto isolata. Si inventa storie di ogni genere, parla con i sassi – il cammello, il lupo, il tank – e con la sua bella cartella; prende il binocolo e corre, corre, corre come un pazzo per raggiungere la vetta del Monte Sentinella: da quassù può vedere l’immenso lago Issyk Kul’, dove ogni sera naviga sulle sue placide acque un battello bianco.

Il bambino non ha i genitori, la mamma – figlia di Momun – è fuggita in città e si è separata dal padre del bambino. A lui non restano che l’amato nonno, la moglie del nonno, gli zii e i vicini di casa. Ma sogna ogni giorno che i genitori lo vengano a prendere, anche se da nonno Momun sta bene, non gli manca nulla. Lui immagina che sul battello bianco ci sia il suo papà, che forse è un marinaio chi lo sa, e vorrebbe diventare un pesce per nuotare lungo il torrente impetuoso e sfociare nel calmo lago Issyk Kul’.

Ma quello che ai suoi occhi appare un mondo tranquillo e bellissimo, fatto di gite in montagna, cavalcate, bagni nel gelido torrente, appostamenti sul Monte Sentinella, in realtà non è così fiabesco. Zio Orozkul adora ubriacarsi, lui è il capo dei guardaboschi, e spesso insulta nonno Momun davanti a tutti gli altri; poi, quando è davvero ubriaco fradicio, picchia zia Bekej, perché lei è sterile, non può dare allo zio il tanto desiderato figlio.

La nonna a volte è cattiva, bercia che il piccolo non è suo vero nipote, non ha voglia di occuparsene, per lei è un estraneo. Per fortuna c’è il nonno, che racconta al bambino tante storie e leggende, come quelle della Madre cerva dalle ramosa corna, l’animale sacro dal quale tutti i bagu kirghisi derivano. Ma un giorno la situazione precipita: è quasi autunno e nonno Momun disobbedisce a zio Orozkul, innescando un crescendo di tensioni che sfoceranno nel poco idialliaco finale.

E preso lui stesso dal proprio racconto, si diceva: com’è semplice provare felicità e dividerla con gli altri. Bisognerebbe vivere sempre così. Sì, come adesso, come in questo momento. Ma la vita non va in questo modo – accanto alla felicità sta appostata, pronta a far irruzione nel tuo animo e nella tua vita, l’infelicità, che ti segue senza allontanarsi d’un passo, inseparabile, eterna [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

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Songköl’s jayloo (fonte: Firespeaker, CC BY-SA 3.0)

Il romanzo di Tschingis Aitmatov è una vera e propria perla della letteratura. E’ una storia scritta in modo fluido e scorrevole, dove le vicende sono inframezzate dalle descrizioni di stupendi paesaggi kirghisi. Foreste, alberi maestosi, fiumi impetuosi, tempeste di neve improvvise e un lago grandissimo dove ogni sera naviga il battello bianco che tanto attrae il bambino.

Ha il sapore di una fiaba, con le suggestioni tipiche delle storie che si raccontavano una volta attorno al fuoco, alla sera, mentre fuori infuriava una tempesta di neve. Ci sono i buoni, come il nonno Momun, e i cattivi ovvero il perfido zio Orozkul, ci sono i cervi figli della Madre cerva dalle ramosa corna, animali magici e c’è il bambino, colui che rappresenza l’infazia, un momento della nostra vita nel quale siamo spensierati e spesso felici per delle cose piccole.

Ma non tutte le fiabe hanno il lieto fine; non sempre i buoni riescono a sconfiggere i cattivi. Così, dal momento in cui inizia la ribellione di nonno Momun, in un crescendo di emozioni anche il bambino arriva a capire fin dove la cattiveria umana possa arrivare. A quel punto non resta che aggrapparsi alla speranza del battello bianco.

Intanto il battello navigava, allontanandosi lento. Bianco e lungo, scivolava sulla liscia superficie azzurra del lago, col vapore che usciva dai fumaioli – e non sapeva che verso di lui nuotava il bambino, trasformatosi in un bambino-pesce. Sognava di trasformarsi così perfettamente, che tutto in lui sarebbe stato di pesce: corpo, coda, pinne, scaglie – solo la testa sarebbe rimasta la sua, grossa e tonda sul collo magro, con le orecchie a sventola e il naso graffiato [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

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2 pensieri su “Tschingis Aitmatov | Il battello bianco

  1. Quanto è bella e tremenda questa storia, mi piace però come sei riuscita a renderla nella tua analisi, con la giusta sensibilità e delicatezza. E senza far intuire troppo il finale… Che dire poi delle immagini dei paesaggi kirghisi che sei riuscita a scovare: affermare che sono stupendi è dir poco 🙂

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    • Ciao Alessandra, grazie del commento e dei complimenti verso l’articolo di recensione. Sicuramente leggerò anche “Melodia della terra”, Aitmatov mi ha davvero conquistata e a giudicare dalle immagine che ho visto su Internet, la Kirghisia deve essere davvero un luogo bellissimo!

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