Cristina Henríquez | Anche noi l’America

Concordo con chi sostiene che scrivere di un libro brutto è più facile che parlare di un libro bello. Infatti, parlare di “Anche noi l’America” di Cristina Henríquez (NN Editore, 316 pagine, 17 euro) lo trovo difficilissimo, perché la storia raccontata in queste pagine – non abbastanza, son finite troppo in fretta!mi è piaciuta tantissimo.

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Titolo: Anche noi l’America

L’Autrice: Cristina Henríquez è autrice di racconti e romanzi. I suoi lavori sono apparsi su diverse riviste importanti del settore letterario americano. Oggi vive in Illinois e il romanzo “Anche noi l’America” ha ispirato il progetto “The Unknown Americans Project” su tumblr

Traduzione dall’inglese: Roberto Serrai

Editore: NN Editore

Il mio consiglio: “Anche noi l’America” è un romanzo bellissimo e intenso, che racconta con delicatezza i sentimenti di chi, per un motivo o per l’altro, abbandona il suo Paese d’origine, pur sapendo che la vita nel Paese che l’ospiterà non sarà per niente facile

A quel tempo volevamo soltanto le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni la notte, sorridere, ridere, sentirci bene. Ci sembrava di averne diritto, noi come chiunque altro. Certo, se ci penso adesso, capisco quanto sia stata ingenua. Ero accecata da un moto di speranza e dalla promessa del possibile, convinta che nelle nostre vite non fosse rimasto più nulla in grado di andare storto. [Anche noi l’America, Cristina Henríquez, trad. R. Serrai]

Dopo un viaggio di oltre tremila chilometri, la famiglia Rivera approda nel Delawere, Stati Uniti. Alle spalle hanno lasciato la loro vita in México, un’esistenza che non avrebbero voluto lasciare mai, loro che il México lo amano. Ma all’unica figlia di Alma e Arturo, Maribel, è accaduto un brutto incidente e i genitori, per accedere alle migliori cure e assistenze hanno deciso di portarla in America.

E’ un vecchio paraguayano, Adolfito Angelino, l’uomo che fornisce loro uno squallido appartamento in un complesso di palazzi all’apparenza tutti uguali. In spagnolo spiega ai Rivera come la città sia suddivisa in quartieri, ognuno con una precisa etnia: di là gli arabi, laggiù i bianchi, in fondo gli afroamericani e gli asiatici. Il senso di alienamento arriva all’improvviso, irrompe nella vita dei Rivera, sin dal momento in cui fanno spesa al supermercato. Il Delawere è un mondo che non appartiene loro, ma  si stringono i denti e si va avanti, lo si fa per il bene di Maribel.

La famiglia Toro, invece, proviene da Panamá, ma sono negli Stati Uniti già da molti anni: Celia e Rafael decisero di lasciare la loro casa quando Enrique e Mayor erano molto piccoli. Ora hanno la cittadinanza americana, mamma Celia ha votato per Obama nel 2008 e l’11 settembre si sono sentiti americani come nessun altro.

L’arrivo dei Rivera è per il palazzo di latinos fonte di interesse e pettegolezzi. Nessuno sa cosa sia esattamente accaduto a Maribel e perché si trovi in quelle condizioni. Alma è una madre molto apprensiva e impone alla figlia precise regole, privando Maribel della libertà di scegliere. Il giovane Mayor Toro sarà l’unico ad accorgersi della sofferenza di Maribel, ma anche delle sue capacità e dei suoi sentimenti, l’unico capace di farla sorridere di nuovo e farle provare nuove emozioni.

Condensare tutte le emozioni di questa lettura è davvero difficile, come ho scritto nell’introduzione. I protagonisti di “Anche noi l’America” sono le famiglie di immigrati latinoamericani – arrivano davvero da ogni parte del Sud America: Nicaragua, México, Panamá, Paraguay, Venezuela – e sono giunti negli States ognuno con una motivazione ben precisa, ma che ridotta ai minimi termini si può definire come miglioramento delle proprie condizioni di vita, per sé e per i propri figli. Sono persone in regola con i visti e con i documenti, non sono clandestini o illegali. Certo, forse all’arrivo non tutti erano in regola, ma si sono impegnati per cercare un lavoro e per sbrigare le pratiche per ottenere i documenti.

La narrazione è affidata principalmente alle voci di Alma Rivera e di Mayor Toro, che raccontano sempre in prima persona: grazie a loro il lettore entra nel palazzo dei latinos e nelle vite dei personaggi. Ad intervallare le voci di Alma e Mayor ci sono gli altri inquilini, ognuno con la propria storia da raccontare. Il risultato è un romanzo corale davvero bellissimo e coinvolgente, dove pagina dopo pagina mi sono affezionata ad ogni singolo personaggio. Anche se all’inizio non ho apprezzato Alma Rivera per via della sua eccessiva apprensione verso Maribel: un’appresione che però è più che giustificata e che ho compreso perfettamente leggendo, fino a cambiare completamente opinione su di lei e fino a ritrovarmi ad apprezzarla moltissimo.

Cristina Henríquez ha scritto un romanzo sulle speranze che hanno chi lascia il proprio Paese, sulle paure che incombono quotidianamente, sulla difficoltà linguistiche e culturali, sulla complessità di comprendere le regole. Perché è vero che come i Toro ci si può sentire americani anche se si proviene da Panamá, ma una spiaggia non è tutte le spiagge, come una patria non è tutte le patrie, e l’amore per la propria terra non si può e non è giusto cancellare via. E la speranza di poterci ritornare – nella patria che si sostiene di odiare anche se non è vero- deve sempre rimanere viva.

“Vuoi Panamá?” disse. “La spiaggia è la cosa che le si avvicina di più”. Ci spinse fuori, per strada, e là prendemmo una serie di autobus che in un’ora e mezza ci portarono fino a Cape Henlopen, nel Delawere meridionale. Quando arrivammo nevicava (…) tutto era così scialbo e brullo che sembrava di essere sulla luna. Dovevo riconoscerlo a mio padre, tuttavia. Con l’acqua e la sabbia mia madre disse che era quasi come un pezzetto di Panamá. Le onde ci venivano incontro ruggendo per poi tornare indietro in silenzio, scivolando sulla costa. Anche con la neve l’aria sapeva di acqua salata e i gusci delle conchiglie scrocchiavano sotto i nostri piedi. Una spiaggia, però, non è tutte le spiagge. E una patria non è tutte le patrie. E secondo me lo sentivamo tutti, su quella spiaggia, quanto eravamo lontani dal posto da dove eravamo venuti, in un modo che era bello ma anche brutto. [Anche noi l’America, Cristina Henríquez, trad. R. Serrai]

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