Gioconda Belli | La donna abitata

Ho scelto di leggere “La donna abitata” di Gioconda Belli (edizioni e/o, 369 pagine, 11 euro) per fare tappa in Nicaragua, il più grande stato dell’America Centrale, diviso tra due Oceani. Anche il Nicaragua come molti stati centro e sud americani visse la ferocia di una dittatura e anche qui chi amava la patria cercò di difenderla, cercò di scacciare i dittatori, proprio come cinquecento anni prima le popolazioni degli indios nahua cercarono di fare con i conquistadores venuti dalla Spagna.

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Titolo: La donna abitata

L’Autrice: Gioconda Belli è nata in Nicaragua nel 1948. Ha partecipato attivamente alla lotta del Fronte sandinista contro la dittatura dei Somoza. Ha scritto romanzi e racconti per ragazzi. Oggi vive negli Stati Uniti.

Traduzione dallo spagnolo: Margherita D’Amico

Editore: edizioni e/o

Il mio consiglio: questo è un libro per chi crede che le ingiustizie sociali debbano essere combattute; un romanzo coinvolgente che lega due donne coraggiose e caparbie, mentre cinquecento anni di storia le dividono

Una cosa era non essere d’accordo con la dinastia dei Grandi Generali, un’altra era lottare con le armi contro un esercito addestrato per uccidere senza pietà, a sangue freddo. Richiedeva un altro tipo di personalità, un’altra stoffa. Una cosa era la sua ribellione personale contro lo status quo, volere l’indipendenza, andarsene da casa, esercitare una professione, e un’altra gettarsi in quella pazzesca avventura, in quel suicidio collettivo, in quell’idealismo ad oltranza. Doveva riconoscere che erano coraggiosi; una specie di Don Chisciotte del tropico, ma era una follia, avrebbero continuato ad ammazzarli e lei non voleva morire. Ma non poteva nemmeno lasciar solo Felipe e il suo amico [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Sono gli anni Settanta in Nicaragua, uno Stato schiacciato dalla dittatura, un Paese dove le differenze tra poveri e ricchi sono abissali. Lavinia è una giovane ragazza nicaraguense che ha avuto la possibilità di studiare architettura, i suoi genitori sono molto ricchi e la ragazza dalla vita ha avuto molte fortune. Ora che la zia Ines è mancata e si è abilitata a lavorare come architetta, Lavinia decide di andare a vivere da sola nella grande casa appartenuta alla zia.

Nel giardino della casa c’è un albero di arancio, che fino all’arrivo di Lavinia non ha mai fiorito né dato frutti. Quello non è un albero come tutti gli altri: infatti all’interno custodisce lo spirito di Itzá, una donna indios vissuta cinquecento anni prima e uccisa, assieme al compagno Yarince, dagli spagnoli con i bastoni che sputano fuoco durante la colonizzazione.

Lavinia trova lavoro in uno studio di architettura molto famoso e conosce Felipe, un ragazzo bellissimo e affascinante con il quale scatta il colpo di fulmine. Ma Felipe non è un semplice architetto, è un militante del Movimento di Liberazione Nazionale, e lo rivela a Lavinia in un modo piuttosto rocambolesco. La ragazza è a conoscenza della presenza del Movimento in Nicaragua, ma ha sempre vissuto la sua vita senza chiedersi cosa fare per cambiare il suo Paese. Ora, dopo aver conosciuto Felipe, Flor e Sebastian, Lavinia inizia a porsi delle domande, e a chiedersi se abbia senso continuare a fingere che vada tutto bene oppure entrare anche lei a far parte del Movimento clandestino e cambiare davvero le cose…

Per quanto si eviti di vedere la violenza, la violenza viene a cercarti. Uno o la subisce o la fa. O, comunque, se a te non fanno niente, la fanno ad altri, ed è lì che interviene la coscienza. Perché se uno permette che la facciamo ad altri diventa, dichiaratamente o no, complice. [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

Il romanzo di Gioconda Belli ha come protagoniste due donne, l’una incarnata nell’albero di arancio e l’altra un’architetta che vive a Faguas sotto la feroce dittatura, a dividerle ci sono abissi culturali e temporali. Eppure, leggendo il romanzo, si ha l’impressione che pur essendo trascorsi cinquecento anni – o poco più – dalla colonizzazione spagnola delle terre nicaraguensi, per ottenere l’agognata libertà ancora oggi gli abitanti del Nicaragua debbano lottare.

Oggi non ci sono più gli spagnoli che depredano oro e pietre preziose, uccidendo e razziando le popolazioni indigene; oggi ci sono i Grandi Generali, una dinastia di dittatori fondata da Somoza, che con la violenza e l’oppressione tengono sotto scacco il Paese centro americano.

Nel romanzo mi è piaciuta molto la figura di Lavinia, così combattuta tra due mondi che grazie al personaggio di Felipe – ma anche dell’incidente di Lucrecia, la sua domestica – prende conoscenza della realtà in cui vive. Sono rimasta affascinata nell’ascoltare la storia di Itzá e Yarince, raccontata appunto dallo spirito che alberga nell’albero di arancio e l’ha fatto fiorire. E soprattutto, leggendo, mi sono affezionata davvero tanto ai personaggi, sentendoli vivi proprio come se fossero esistiti davvero.

Ho solo due piccole osservazione da fare: la prima è che a tratti il romanzo, essendo molto corposo, tende a ripetersi un po’, forse con cento pagine in meno avrebbe funzionato ugualmente; e la seconda è il finale, di cui non vi rivelo ovviamente niente, ma me lo aspettavo diverso. Ci sono stati due colpi di scena che mi hanno davvero sconvolta, ma poi a ripensarci non poteva che finire così: Gioconda Belli ha scritto l’unico finale possibile.

E di tutto ciò, cosa è rimasto di buono? mi chiedo. Gli uomini continuano a fuggire. Ci sono governanti sanguinari. Si continuano a straziare i corpi, si continua a far guerre. Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. E’ l’unica cosa che di noi è rimasta, Yarince: la resistenza [La donna abitata, Gioconda Belli, trad. M. D’Amico]

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