Katherine Mansfield | Viaggio in Urewera

Una terra alla fine del mondo, un luogo selvaggio dominato da vulcani, terremoti, gayser e fanghi bollenti. Due isole principali che costituiscono un buffo stivale al contrario, perfettamente agli antipoti dell’Italia. Questa è Aotearoa in lingua maori, la terra scoperta dal Capitano Cook nel 1769 e che venne battezzata Nuova Zelanda. Ed è in questo territorio remoto che nel 1888 nacque Katherine Mansfield, scrittrice e poetessa che si sentì sempre in bilico tra due mondi. “Viaggio in Urewera” di Kathrine Mansfield (Adelphi, 101 pagine, 8 euro) è il diario del viaggio che la giovanissima scrittrice neozelandese compì tra il novembre e il dicembre del 1907. Un viaggio del quale non potuto che subirne un grande fascino.

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Titolo: Viaggio in Urewera

L’Autrice: Kathrine Mansfield nacque nel 1888 a Wellington, Isola del Nord. Dopo aver studiato in Inghilterra tornò in Nuova Zelanda, ma sentendosi più europea decise di ritornare a vivere a Londra. Qui si sposò con lo scrittore John Middleton Murry. Per tutta la sua breve vita proseguì a viaggiare attraverso Francia, Germania, Svizzera e Italia. Morì a Fontainebleau nel 1923. Per Adelphi sono apparsi “Tutti i racconti” e “Viaggio in Urewera“.

Traduzione dall’inglese, guida alla lettura e postfazione: Nadia Fusini

Editore: Adelphi

Il mio consiglio: per chi ama i viaggi e per chi vuole scoprire la figura della scrittrice Katherine Mansfield

Poco prima di fermarci per la sosta del pranzo siamo arrivati alle cascate Waipunga – la mia prima esperienza di grandi cascate – sono indescrivibilmente belle – tre – una accanto all’altra – e un burrone boscoso da ogni lato – Il rumore è quello del tuono – il sole riverbera sull’acqua – ora sono seduta sulla sponda del fiume – a pochi metri di distanza – l’acqua scorre veloce – manuka, piante di lino e felci sulle sponde – Si riparte – a presto cara mamma [Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, trad. N. Fusini]

La giovanissima Katherine Mansfield, che ama gli acronomi e spesso di firma KM, nel novembre del 1907 parte per un viaggio alla scoperta della terra di Urewera, una porzione di territorio nell’Isola del Nord ancora in parte inesplorata e abitata dai maori, le popolazioni che per prime colonizzarono la Nuova Zelanda.

Pur essendo un viaggio duro e difficile, soprattutto per una signorina come Katherine, lei sta al passo con gli altri membri della spedizione e annota le sue osservazioni su un diario. Descrive i magnifici paesaggi selvaggi, i luoghi dove regno indiscussi i vulcani, parla di cascate che rombano e assordano chi sta loro vicino e di laghi immensi che puzzano di uova marce.

Dopo giorni di viaggio e notti in tenda assediati dal caldo e dalle zanzare, gli esploratori giungono a Urewera, la regione ancora mitica e inseplorata, roccaforte degli ultimi Maori che si erano opposti all’arrivo degli europei. Una volta incontrati i Maori – ora piuttosto pacifici e arresi al dominio dei bianci – la carovana degli esploratori ripercorre la strada del ritorno a casa.

Il viaggio di Katherine Mansfield assume le connotazioni di una ricerca di sé stessa, lei che si sente una ragazza divisa tra il Vecchio Mondo e il Nuovo nuovo mondo. La Mansfield durante la sua breve vita viaggiò molto, ma in nessun luogo mise radici o si sentì a casa; pur amando la Nuova Zelanda e collocando Urewera come l’arrière-pays di Yves Bonnefoy – quel luogo che è uno spazio inventato, a metà tra il mondo reale e quello immaginario, dove comprendiamo la nostra condizione di passanti e non di abitanti veri e propri – pur amando le sue isole neozelandesi lei si sente divisa e a casa da nessuna parte. Così, decide di lasciare la Nuova Zelanda e ritornare a Londra, dove pensa di sentirsi più libera di esprimere le sue arti, tra cui la musica oltre la letteratura.

Questo è un aspetto che trovo molto affascinante, pur non avendolo mai vissuto di persona: nascere in un luogo che tu credi che ti appartenga, mentre le radici dei tuoi genitori – o dei tuoi avi – affondano in una terra lontana. Come i francesi nati in Algeria, che non si sentivano né algerini né francesi; come gli italiani nati in Libia o in Somalia; come gli inglesi nati in India o in America; come, appunto, i discendenti degli europei nati in Oceania.

Viaggio in Urewera” è un libro che consiglio a chi ama viaggiare, a chi sogna un viaggio avventuroso – chissà, magari proprio in Nuova Zelanda -, un taccuino ricco di descrizioni e suggestioni, e per chi viaggia sperando si ritrovare se stesso.

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2 pensieri su “Katherine Mansfield | Viaggio in Urewera

  1. Ma sai che è da tantissimo tempo che vorrei leggere qualche libro della Mansfield (in particolare i “Racconti”), e non mi sono mai decisa? Questo è dovuto per le non belle opinioni di altri lettori riguardo ai libri di questa scrittrice poco conosciuta. Ma questa recensione mi farà cambiare idea, sono rimasta suggestionata dal testo e dalle belle immagini.

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    • Ciao Michela, grazie per essere passata a trovarmi sul blog!
      La Nuova Zelanda mi affascina perché è così lontana da noi che ci vogliono quasi due giorni di viaggio per arrivarci. Rimasi suggestionata dai racconti di una ragazza che c’era stata e sapevo già che il taccuino di KM mi avrebbe conquistata. Non avevo fatto caso alle opinioni non belle… a proposito dei suoi racconti, ho un bel ricordo di “Lezioni di canto” letto alle scuole medie, nell’antologia. Credo che me li procurerò perché voglio leggere altro scritto dalla Mansfield 🙂

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