Cédric Gras | Vladivostok. Nevi e monsoni

Iniziamo con un gioco, ma non barate: se vi chiedo a quale latitudine si trova la città russa di Vladivostok, voi dove la collochereste, alle latitudini di Firenze oppure in prossimità di quelle di Helsinki? Mentre pensate alla risposta corretta senza usare Wikipedia, vi racconto le impressioni e le emozioni scaturite dalla lettura di “Vladivostok. Nevi e monsoni” di Cédric Gras (Voland, 209 pagine, 15 euro).

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Titolo: Vladivostok. Nevi e monsoni

L’Autore: Cédric Gras (1982) ha sempre alternato gli studi di geografia ai viaggi in terre lontane e alla pratica dell’alpinismo, attratto in particolare dall’America meridionale, dall’Himalaya e dall’Asia centrale. In Russia ha diretto la Alliance Française di Vladivostok e insegnato francese all’università. E’ stato tra i finalisti del Prix Bouvier nel 2014.

Traduzione dal francese: Gina Pigozzo Bernardi

Editore: Voland

Il mio consiglio: per chi ama la geografia, le culture diverse dalla nostra occidentale, per chi ama i viaggi e le descrizioni di scenari lontani – non senza un pizzico di ironia – “Vladivostok. Nevi e monsoni” è un libro imperdibile

Lo confesso, credevo che a Vladivostol terre innevate e mare ghiacciato si confondessero, formando una candida distesa spettacolare. Vladivostok era l’estremo limite della terra, ma fino a un certo punto, perché la costa veniva prolungata da alcuni specchi d’acqua circondati da terra. Con la fantasia, ho visto incessanti burrasche spazzare la città e sradicare la vegetazione. Per me era la città del freddo, abbarbicata alle latitudini nord della carta del globo, da qualche parte davanti all’Alaska, a 65° di latitudine nord. Anzi no, di fronte al nulla, fuori dal mondo. Vladivostok era l’ultima spiaggia ai confini della terra (…) Vladivostok era il trionfo degli estremi, la dolcezza di brezze ghiacciate, un libro aperto. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 30]

Al giovane geografo francese Cédric Gras viene proposta la direzione di una sede della Alliance Française e lui non sceglie le destinazioni occidentali che agognano tutti i suoi colleghi: Cédric sceglie la città di Vladivostok perché quello che prova per la Russia è un qualcosa difficile da spiegare, che forse iniziò quando la madre lo portava alla biblioteca comunale e lui sceglieva spesso un libro di fiabe russe.

A Vladivostok il lavoro è fantastico: Cédric chiude la sede dell’Alliance alle 16.00, più o meno quando a Mosca aprono al mattino; la Russia è attraversata da otto fusi orari ed è quella nazione dove il messaggio di augurio del Presidente viene replicato otto volte la notte di Capodanno, una per ogni fuso orario, e quando a Mosca stappano la vodka per iniziare a festeggiare a Vladivostok stanno per svegliarsi.

Nelle pagine del libro di Cédric Gras, a metà strada tra un originale memoir e un taccuino di viaggio, pulsa una Russia moderna e nuova, che si è già lasciata alle spalle i postumi della lunga sbornia comunista e vive un Paese immenso – il più grande del mondoche vuole crescere guardando sia ad Est che ad Ovest.

Eppure, quando Cédric Gras giunge a Vladivostok un po’ ne resta deluso: si immaginava una città alla fine del mondo, una città di confine, sperduta, il capolinea della leggendaria linea ferroviaria Transiberiana. Invece trova una città dai palazzi grigi e con la nebbia persistente, l’unico porto russo sempre libero dai ghiacci di inverno, un luogo che confina con l’amica Cina, con l’ermetica Corea del Nord e con il Mar del Giappone. Ci sono chiese di ogni credo, si parlano russo, cinese, coreano e giapponese: in questa città portuale è difficile sentirsi stranieri tanto quanto è facile amarsi.

Ci si sforza di amarsi, al di là della taiga e delle steppe. Ci si può invaghire e abbandonare tutto, per seguire il nuovo marito a migliaia di chilometri. In Russia l’amore è più romantico che da qualunque altra parte. Perché è legato all’immensità. In Russia l’amore è questione di geografia. [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 71]

A Vladivostok il clima è estremo, le stagioni arrivano all’improvviso e se anche il 20 ottobre può sembrare che arrivi l’inverno, qualche giorno dopo ritorna il tepore dell’autunno. A Vladivostok i russi si sentono europei quando sono con gli asiatici, e si sentono asiatici quando sono gli europei; Vladivostok è quasi una trappola: per andare a Mosca ci sono più di novemila chilometri, è spesso consigliabile ubriacarsi prima di salire su certi trabiccoli aerei – meglio morire allegri! – oppure si può sempre affrontare una settimana di viaggio in treno, attraverso la taiga e migliaia di betulle apparentemente tutte uguali.

Si naviga per sette giorni in un mare di terra, arrivati al lago Bajkal è come incrociare l’equatore, tutti al finestrino: il treno corre sulla spiaggia. Per tutta la giornata sguardi sfuggenti si rifiugiano lontano. Fuori: neve o canicola. Verso sera il vagone si risveglia, le discussioni rompono il torpore generale, ci si corica tardi, la notte si va in giro, ci si sforza di vedere nel buio, si ascolta, il treno qualche volta oscilla, si ferma. Manca poco a Vladivostok, l’oltre-terra [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 45]

Suddiviso in capitoli che richiamano le quattro stagioni (con il ritorno finale della primavera e l’epilogo), il libro di Cédric Gras è uno strumento per sognare ad occhi aperti gli immensi spazi russi e per scalfire almeno un po’ l’animo di chi abita quei luoghi.

La Russia è un Paese che mi affascina e mi attrae, il lungo viaggio in treno da Mosca a Vladivostok lo supererei leggendo, giocando a scacchi con il mio compagno di viaggio, bevendo tè e contando le betulle, e restando per sei ore almeno incollata al finestrino a fissare l’immenso lago Bajkal. E poi chissà, forse Vladivostok grigia e nebbiosa deluderebbe anche me, ma avrei per lo meno la certezza che la Russia mi sia davvero entrata nel cuore.

La Russia vi segna e vi rimane per stagioni e ricomincia. Dopo le nevi, i monsoni e i vapori che incappucciano Vladivostok. Presto arriverà settembre con le belle giornate, le foreste rosse, una bufera precoce, in attesa di gustare la dolcezza sulle sponde del sud… [“Vladivostok. Nevi e monsoni” Cédric Gras, trad. G. Pigozzo Bernardi, citazione pagina 196]

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