Katja Petrowskaja | Forse Esther

Una grande famiglia sconquassata e frammentata dai grandi eventi del Novecento: è così che dovete immaginare la famiglia di Katja Petrowskaja, la scrittrice di orgini russe e ucraine autrice del libro “Forse Esther” (Adelphi, 241 pagine, 18 euro). In un libro che non è un romanzo ma un vero e proprio memoriale, l’autrice accompagna il lettore attraverso l’Europa dell’Est, alla ricerca di tutti i frammenti che possano aiutarla a ricostruire la storia della sua famiglia.

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Titolo: Forse Esther

L’Autrice: Katja Petrowskaja è nata a Kiev negli anni Settanta. Dopo aver studiato a Tartu, in Estonia, si è laureata a Mosca. Oggi vive a Berlino. “Forse Esther” è il suo primo libro scritto interamente in tedesco, la lingua del nemico. Con “Forse Esther”, nell’estate del 2015 la Petrowskaja vince il Premio Strega europeo.

Traduzione: Ada Vigliani

Edizioni: Adelphi

Il mio consiglio: per i lettori che vogliono intraprendere un giro dell’Europa dell’Est alla ricerca delle origini di una grande famiglia devastata dagli eventi del Novecento

All’inizio pensavo che un genealogico fosse più o mneo come l’albero di Natale, un abete con addobbi tirati fuori da vecchie scatole, alcune palle di vetro vanno in frantumi, tanto sono fragili, alcuni angeli sono brutti e resistenti e sopravvivono ai vari traslochi. In ogni caso, quello di Natale era l’unico albero di famiglia che avessimo, lo ricompravamo tutti gli anni per poi gettarlo via il giorno prima del mio compleanno. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 21]

Negli anni Ottanta Katja è una bambina sovietica e come tale si sente, chiusa nel cesermone grigio multipiano, in Ulica Florenzii. Quando l’Unione Sovietica va in frantumi, Katja inizia a viaggiare e una delle prime capitali straniere dove si reca è Varsavia, Polonia mia bella. Da sempre stata attratta dagli alberi genealogici, la Petrowskaja decide di comporre e ricostruire quello della sua famiglia, mettendosi sulle tracce dei suoi bisnonni.

La storia della sua famiglia è molto articolata e i componenti si sono o sono stati sparpagliati in giro per l’Europa dell’Est. Da Berlino a Vienna, da Varsavia a Lodz, Kiev e Cracovia, Parigi e Mauthausen e la gelida Siberia, Katja Petrowskaja senza arrendersi mai smuove mari e monti, anche solo per vedere la fotografia della scuola per sordomuti gestita dalla sua coraggiosissima bisnonna.

(…) noi però eravamo bambini sovietici, tutti uguali, con storie di famiglia immerse nella stessa nebbia, quella nebbia che, forse, costituiva proprio il presupposto della nostra uguaglianza. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 81]

Come essere immersa nella nebbia, nebbia a banchi per la precisione: questa è stata la mia sensazione mentre leggevo il libro di Kaja Petrowskaja. A tratti le connessioni tra i famigliari di Katja erano chiarissime, sembrava quasi facile scoprire la storia della sua babuska Rosa, mentre in certi punti la narrazione era nebulosa e persa, non sempre è semplice raccapezzarsi nel mare della Storia. Quando molti documenti, soprattutto documenti ebrei che erano conservati a Varsavia, vanno persi è davvero complesso capire che fine hanno fatto i parenti.

Dalla nebbia della memoria appaiono a poco a poco schegge di memoria: Forse Esther, sì, forse perché il papà di Katja non è convinto che si chiamasse proprio Esther, la sua babuska, quella donna anziana che il 29 settembre 1941 s’incamminò verso la forra di Babji Jar, il luogo dove i tedeschi avevano radunato gli ebrei; la leggenda del ficus sul camioncino dei fuggiaschi; il bisnonno che si cambiò cognome in onore della rivoluzione russa; la storia drammatica di quel nonno che mancò da casa per quarant’anni, prima rinchiuso a Mauthausen e poi nei gulag, mentre la paziente nonna lo attendeva sapendolo vivo, in cuor suo.

Il ficus mi sembra il protagonista, se non proprio della storia universale, almeno di quella della mia famigliare. Nell’idea che m’ero fatta io, il ficus aveva salvato la vita di mio padre. Ma ora, se nemmeno lui se ne ricordava più, poteva darsi che, in effetti, il ficus non fosse mai esistito. [Forse Esther, K. Petrowskaja, trad. A. Vigliani, citazione pagina 185]

Scritto direttamente in tedesco, la lingua del nemico, “Forse Esther” è valso a Katja Petrowskaja il Premio Strega Europeo 2015, ed è un libro dimostra come la Storia schiacci i piccoli uomini, li mandi in guerra, li opprima, li mandi al confine (nei lager tedeschi o nei gulag sovietici). L’autrice solo con pazienza infinita e con tanto coraggio ha cercato di seguire quel flebile filo di Arianna che le poteva regalare almeno un ricordo in più.

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