Ricardo Menéndez Salmón | L’offesa

Ciò che più mi ha colpita del romanzo “L’offesa” di Ricardo Menéndez Salmón (Marcos y Marcos, 152 pagine, 13,50 euro) è la capacità dell’autore asturiano nel raccontare le cose con semplicità ed incisività. Tutta la storia si svolge in poco più di centocinquanta pagine, ma sono pagine dense di eventi, dove ogni frase contiene un piccolo universo, dove ogni parola ha un peso e non viene messa per caso.

Menedez

Titolo: L’offesa

L’Autore: Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijon, nel cuore delle Asturie, nel 1971. Con i suoi romanzi ha conquistato numerosi premi, tra cui il prestigioso Premio Juan Rulfo, riservato alla migliore letteratura in lingua spagnola. L’offesa ha suscitato molto clamore in Spagna, tanto da essere definito come il fenomeno letterario del 2007

Traduzione: Claudia Tarolo

Editore: Marcos y Marcos

Il mio consiglio: consigliato a chi vuole rivivedere un frammento della Seconda Guerra Mondiale e scoprire quali drammatici risvolti può generare in un animo sensibile

E nemmeno varcando la frontiera, lo spazio ipotetico che separava un Paese dall’altro – in realtà una triste linea su un’isoletta di macadam, color del gesso con cui i bambini delimitarono lo spazio dei loro giochi, che di minuto in minuto veniva cancellata dal trapestio frettoloso dell’invasione – dove i Panzer avevano già provveduto a distruggere le sei lettere della parola FRANCE (come se fossero le parole, pensò Kurt, le vere nemiche degli uomini), un po’ di quella sensazione virile di possesso e lacerazione, di violazione infinita, che pareva alimentare le roche grida di incitamento dei suoi compagni, gli instillò in petto un accenno dell’ardore che secondo le antiche cronache anima i conquistatori nel disbrigo dei loro impegni e affanni [L’offesa, Ricardo Menéndez Salmón, trad. Claudia Tarolo, citazione pagina 45]

Kurt Crüwell è un ragazzo tedesco che dovrebbe ereditare la rinomata sartoria al numero 64 di Gutersloher, l’attività di famiglia, ma nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno il suo compatriota di nome Adolf Hitler invade la Polonia, innescando la Seconda Guerra Mondiale.

I programma di Kurt vengono scombussolati: avrebbe dovuto diventare un sarto, sposare Rachel la ragazza di origini ebraiche e proseguire a suonare l’organo in chiesa, ma riceve la famigerata cartolina, la sua chiamata alle armi.

Fin qui, forse di originale non c’è nulla: è la storia di un ragazzo molto giovane che malgrado le sue volontà viene costretto a combattere, lasciando la sua città e i suoi affetti. Ma ciò che la storia di Kurt Crüwell ha di incredibile, è quello che accade il 2 gennaio del 1941.

La Germania ha facilmente invaso la Francia con l’ardore di chi sa che vincerà la guerra. Superata la linea Maginot, la compagnia di Kurt si trova in prossimità del paesino di Mieux, poche anime sparse nella campagna. Il 2 gennaio del 1941 tre soldati tedeschi vengono trovati appesi a testa in giù con i corpi crivellati dai proiettili, e un quarto soldato viene trovato decapitato. La furia dell’Hauptsturmfuher Lowitsch lo acceca di rabbia e lo porta a radunare tutti gli abitanti di Mieux per interrogarli in proposito. Nessuno parla, per cui, tutti verranno puniti crudelmente.

E l’orrore? Come reagisce il corpo di un uomo in presenza dell’orrore? Sì, grida. E manda più sangue al cuore, sì. O, al contrario, paralizza i suoi muscoli per non farsi aggredire. Lo spettro di risposte che l’orrore genera nel corpo è vastissimo. Il corpo sorprende anzi per la sua plasticità. Ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? [L’offesa, Ricardo Menéndez Salmón, trad. Claudia Tarolo, citazione pagina 61]

Il giovane Kurt dopo aver assistito ad un simile eccidio crudele, smette di provare qualsiasi tipo di emozione. Sopravvive, ma non prova più nulla: né dolore, né amore, né freddo, caldo, fame o sete. Il suo corpo è un guscio svuotato dalla cosa più preziosa che un uomo ha, la sua anima.

Sollevato dall’incarico militare, Kurt viene spostato in Bretagna in un ospedale dove conosce Ermelinde, un’infermiera francese che cercherà di aiutare Kurt ad amare di nuovo. Ma anni dopo, nonostante Kurt abbia cercato addirittura di dimenticare la lingua tedesca, il suo passato tornerà, sibilando solo una parola: Schneider, sarto.

Perché alla fin fine, per quanto possa apparire poco cosa, un nome è quello che siamo [L’offesa, Ricardo Menéndez Salmón, trad. Claudia Tarolo, citazione pagina 98]

L’offesa” è un romanzo denso, colmo di emozioni e sentimenti nonostante la sua brevità. Suddiviso in tre parti, ci racconta la vita di Kurt Crüwell durante un periodo difficile, dal 1939 al 1946, con un finale a mio avviso particolarmente inquetante.

Il messaggio che ho percepito e che Ricardo Menéndez Salmón lancia ai lettori de “L’offesa” è quanto un evento possa condizionare la nostra intera esistenza, quanto un trauma possa cambiarci, anche se non così drammaticamente come accade al povero Kurt. E soprattutto, quanto un qualcosa che cerchiamo di dimenticare, alla fine riaffiori sempre, perché forse incosciamente ne siamo irrimediabilmente attratti, anche se sappiamo che ripensarci o affrontarlo ci farà molto male.

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