Mattia Signorini | Le fragili attese

Mi piacciono molto i romanzi ambientati nelle osterie, nelle pensioni o nei bar. Insomma, nei luoghi di ritrovo dove si incontrano persone che hanno qualcosa da raccontare, anche se ci si ritrova a parlare a perfetti sconosciuti. Perché credo che ogni essere umano abbia una storia da raccontare, un evento da condividere, bello o brutto che sia, con gli altri ospiti in attesa con lui.

Le fragili attese” di Mattia Signorini (Marsilio, pagine 249, 17 euro) racconta l’intrecciarsi di storie di vita degli ultimi ospiti della Pensione Palomar, una vecchia e piccola realtà sopravvissuta all’urbanizzazione selvaggia della periferia di Milano.

Titolo: Le fragili attese

L’Autore: Mattia Signorini è nato a Rovigo (Veneto) nel 1980. Nella sua carriera ha pubblicato diversi romanzi ed è stato finalista del Premio Stresa. E’ tradotto in Europa, America e Israele.

Editore: Marsilio

Il mio consiglio: è un libro bellissimo e perfetto per chi ama gli aneddoti raccontate da gente comune, che all’apparenza non hanno nulla di speciale mentre in realtà sono dei contenitori di storie e di vite incredibili

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I pomeriggi, alla Pensione Palomar, passavano lenti, nell’attesa. Italo si chiedeva spesso, oramai vicino agli ottant’anni, se anche la sua vita, come quei pomeriggi, non fosse stata altro che una lunga, fragile attesa; il tentativo riuscito di tenere nascosti sotto la sabbia i suoi scrigni di vetro. Si attende che la vita faccia un passo e la pianti di stare in bilico, pericolante, su se stessa. Si attende qualcuno, o qualcosa, che prenda tutti i silenzi e lasciandoli cadere, quasi per sbaglio, li mandi in frantumi [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 60]

Nel 1952 il giovane Italo giunge a Milano per cercare lavoro in una di quelle grigie e anonime fabbriche che sputano fumo tutto il giorno. Si è lasciato alle spalle la sua terra martoriata dall’acqua, il Polesine, e la sua famiglia distrutta da una serie di eventi infausti che gli hanno provocato grandi dolori. Italo per cercare di colmare il vuoto lasciato dall’assenza dei suoi cari, prende un treno e giunge a Milano, una città tentacolare in piena espansione. Alloggia in un dormitorio a buon prezzo ma molto spartano: bagni in comune, stanze umide e buie, acqua calda a singhiozzo. Dopo i primi giorni nella vana attesa di un colloquio per entrare in una delle fabbriche grigie, Italo decide che non vuole trascorrere quaranta o cinquant’anni incollato ad una macchina in un’industria, come un automa, ma preferisce un lavoro a contatto con la gente.

Con i risparmi di una vita intera, riscatta il dormitorio, lo restaura e decide di aprire una pensione a buon prezzo per i disperati che giungono a Milano in cerca di fortuna. Con una lieve vena di romanticismo, Italo chiama la sua pensione Palomar, come il grande telescopio americano che scruta il cielo dal 1948.

La Pensione Palomar aveva tutta l’aria di un posto di passaggio, simile a una piccola stazione di paese ficcata in mezzo alla campagna. Eppure intorno tutto era città. Agglomerati di cemento, strade lunghe chilometri, palazzi alti da non vederne la fine. Con i suoi due piani, vecchia come molte vite, se ne stava lì a testimoniare un tempo che non era più. Anche Italo, a prima vista, dava l’idea di uno che non ha niente a che fare con il tempo presente. Sembrava uscito da una foto in bianco e nero, ingiallita, una di quelle foto che si trovano ai mercatini dell’antiquariato, in mezzo a decine di altre, che fanno saltare in testa a tutti i passanti la stessa domanda, Quelle persone lì, chi sono?, e ognuno, per conto suo, si inventa una storia, decide a chi appartengono quelle vite, perché p ciò che si fa, quando non si conosce una storia, non resta che inventarsene una [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagine 40-41]

Nel corso degli anni, molte vite si sono avvicendate nella piccola Pensione Palomar, Italo ha ascoltato tante storie, tanti racconti; ha immaginato i luoghi di cui i suoi ospiti parlavano e con discrezione dava loro qualche consiglio, usando sempre pochissime parole.

Ma ora, a distanza di quasi cinquant’anni, Italo è stanco e decide di chiudere la Pensione Palomar. La data di chiusura è fissata per il 26 novembre 1999: Italo e la sua domestica Emma sono ormai anziani e molto stanchi, gli ultimi ospiti che alloggeranno alla Pensione Palomar occuperanno quasi tutte le stanze disponibili. C’è Guido, un professore di inglese che ha perduto la cattedra e ora prepara (pessimi) cappuccini in un bar; c’è Ingrid, che un tempo è stata arpista ma ora lavora come commessa in un supermercato e condivide la sua solitudine con uomini sconosciuti; c’è il generale in pensione Adolfo Trento, che attende di rivedere i suoi figli; c’è Lucio, che spera di trovare il coraggio di incontrare di nuovo suo padre. E poi c’è Italo, che mentre getta un oggetto nella spazzatura, scopre una scatola colma di lettere d’amore scritte tra gli anni Cinquanta e Novanta da una donna che si firma come S.

16 Settembre 1998 Caro, […] Non ci rendiamo mai conto di cosa stiamo diventando. Succede tutto in un momento. È come se la vita bussasse alla nostra porta, mentre prima se ne stava comodamente sulla soglia, senza disturbare, e d’un tratto ci dicesse: sto passando. Ci rimangono da vivere molti meno anni di quelli che abbiamo già vissuto. E quelli che abbiamo vissuto, li abbiamo trascorsi senza nessuna intensità. Io e te siamo come quella spiaggia con pochi bagnanti, e con gli ombrelloni rimasti chiusi, in attesa di essere accatastati in un ripostiglio per l’inverno. Spero ci sarà concessa un’estate intera, da trascorrere insieme, ma presto accadrà, non ci sarà più alcuna estate, e né io né te ci potremo fare più niente. Le persone sono cassetti che in pochi hanno voglia di aprire. Se apri un cassetto poi devi fare i conti con tutto quello che c’è dentro. Tua. S. [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 173]

C’è quindi la vita che scorre tra le stanze della Pensione Palomar, ma ci sono anche i sogni, le speranze, le nostalgie, i rimpianti e i ricordi. Scritto con uno stile elegante e raffinato, composto da brevi capitoli che si intervallano a sapienti flashback, Mattia Signorini consegna ai lettori un bellissimo romanzo permeato da una vena di malinconia che conquisterà gli animi più sensibili. Se la mia recensione non vi ha colpiti abbastanza, vi lascio uno dei passi più belli del romanzo estratti da un’altra lettera della misteriosa S.

3 dicembre 1969 Caro, da quando ho letto in una rivista che è possibile prenotare dei viaggi in mongolfiera, non faccio altro che pensarci. L’articolo diceva che il più suggestivo è quello che attraversa le Alpi, a quattromila metri d’altezza. Avrei molta paura, ma allo stesso tempo sarei così eccitata da dimenticarmene. E poi ci saresti tu. Starei abbracciata a te per tutto il tempo e mi sentirei finalmente libera. La vita di tutti i giorni, da quell’altezza, sarebbe solo un ricordo […] Magari la nostra mongolfiera verrà spinta via da una folata di vento e ci troveremmo a volare lontano dalla nostra destinazione. Ovviamente nell’eventualità porterei delle provviste. Staremo lì sopra per giorni e poi attereremo da qualche parte dove non ci conosce nessuno. Lì potremmo iniziare una nuova vita, inventarci dei nuovi lavori, fare qualsiasi cosa ci venga in mente. Ci vivresti in un piccolo paese in mezzo ai monti? Tua. S. [Le fragili attese, Mattia Signorini, citazione pagina 141]

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