Intervista d’autore #2 | “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo

Una delle mie belle letture estive è stata “Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo (e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro), della quale ho già pubblicato la recensione. Sono nuovamente qui a parlare di questo piccolo ma intenso libro semplicemente perché ho contattato Massimo Cuomo, e gli ho chiesto se aveva voglia di rispondere a qualche domanda a proposito del suo ultimo libro. Massimo è stato molto gentile e ha risposto alle mie domande, anche le più strampalate… Ecco a voi l’intervista completa!

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Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo, e/o edizioni, 238 pagine, 9 euro (foto: Claudia)

Inizio con una domanda personale: diventare scrittore è sempre stato un tuo sogno oppure è semplicemente successo, come spesso accadono le cose più belle della vita?

Non ricordo con precisione quando ho cominciato a desiderarlo. Sebbene sin da piccolo fossi portato per la scrittura ho cominciato a leggere tardi e questo ha certamente rallentato la mia maturazione come potenziale scrittore e il desiderio stesso di diventarlo. Ricordo invece con chiarezza quando ho deciso di provarci, mettendomi a scrivere il mio primo romanzo con l’obiettivo di raggiungere la pubblicazione, sfondare il muro dell’editoria per vedere cosa c’era dall’altra parte. Perché le cose più belle della vita, ho imparato, te le devi andare a prendere.

Da dove hai tratto l’ispirazione per scrivere “Piccola osteria senza parole”?

Dalla quotidianità, dal mio vissuto. Sono nato in Veneto ma sono figlio di meridionali emigrati nel profondo Nord Est e ancora oggi per i miei amici sono un “terrone”. E poi da una decina d’anni vivo fra i campi che ho raccontato nel romanzo. Il colore che avevo in mente quando ho cominciato a scrivere era il giallo, perché il grano era maturo ed esplodeva ovunque intorno a me.

“Piccola osteria senza parole” è un romanzo con un titolo molto particolare: di solito, nelle osterie si parla molto, anzi, le parole non mancano mai. Come mai la scelta di questo titolo?

Il titolo del romanzo, come lo presentai all’editore, era diverso. Si chiamava “Le parole dentro” e giocava sul doppio significato delle parole dentro la scatola (il Paroliere) e le parole dentro le persone, quelle taciturne che vivono sul confine fra il Veneto e il Friuli. All’editore parve un titolo troppo intimista, che faceva pensare ad una storia d’amore. Così mi misi a pensare ad un’alternativa e capii che volevo un titolo che identificasse la storia senza lasciar alcun dubbio: la parola “osteria” mi sembrò necessaria. Nelle osterie si parla molto, è vero, ma ho scoperto che veneti e friulani hanno la capacità di esprimere grandi concetti con pochi gesti. E le parole a Scovazze arrivano perché le porta il meridionale. Le porta con sé, dentro il Paroliere, e senza nemmeno volerlo, con la sua sola presenza, tirerà fuori parole alla gente del posto, parole importanti, che le persone avevano dentro ma senza saperlo nemmeno, parole che cambieranno tutto.

Il gioco del Paroliere, portato da Salvatore Tempesta, scombussola la vita degli abitanti di Scovazze: “Ma le parole, quando le pianti dentro terreno fertile e le concimi di sentimenti, mettono radici in fretta”. Secondo te, quanto possono essere importanti le parole dette a voce nella società moderna fatta di messaggi lampo inviati in tempo reale sulle piattaforme di messaggistica istantanea?

Il nodo non è lo strumento con cui si veicolano le parole o la facilità e la velocità con cui si possono distribuire. Il nodo è sempre la qualità delle parole e la qualità è legata all’impegno che ci vuole per produrle: meno è impegnativo e meno valore ha. Anche le parole dette a voce possono essere vuote, superficiali. Io alle persone cui voglio bene dico quello che penso guardandoli negli occhi ma quando non posso farlo a voce lo faccio per iscritto. Quello che fa la differenza è la fatica che quelle parole mi chiedono per essere tirate fuori, non il tempo che ci mettono per arrivare a destinazione.

Il contrasto tra le culture del Nord Italia e del Sud Italia spesso è ancora molto forte, soprattutto nei piccoli paesi di provincia. Nel romanzo, dopo un primo approccio molto diffidente, il meridionale Salvatore Tempesta viene accettato dalla comunità locale. Pensi che prima o poi i contrasti tra “polenton” e “teròn” si appianeranno anche nella realtà?

Si sono già appianati rispetto a tempo fa. E’ bastato che arrivassero nuovi stranieri, gli extracomunitari, e un nemico comune ha idealmente avvicinato i vecchi combattenti. Se domani scendessero sulla terra dallo spazio degli extraterrestri potenzialmente ostili ci sentiremmo tutti più uniti contro l’invasore. E’ nel nostro istinto animale difendere il territorio e diffidare di chi potrebbe volerci del male. Il problema nasce quando questa difesa si protrae a oltranza, in ogni caso, senza margini di apertura. A Scovazze la vita degli abitanti del posto cambia, probabilmente migliora, per ciascuno in maniera proporzionale al grado di questa apertura.

Hai ambientato il tuo romanzo a Scovazze, ovvero un paesino immaginario al confine tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Potresti dare un consiglio a chi vuole visitare il Veneto fuori dai soliti itinerari turistici?

Proprio oltre Scovazze, nel romanzo è citata, c’è una spiaggia. Si chiama Brussa ed è immersa in una riserva naturale protetta dal nome Valle Vecchia. La frequento ogni estate, ci si arriva percorrendo un breve tratto di strada sterrata e poi attraversando a piedi la pineta. Non esiste alcun tipo di servizio in spiaggia, bisogna portarsi tutto, ed è l’ideale per chi vuole godersi una giornata di mare lontano dagli affollati centri balneari dei dintorni immersi nel cemento. Al ritorno, rigorosamente in ciabatte e costume, fate un sosta da Mazarack per mangiare un piatto di spaghetti alle seppie, una porzione di calamaretti fritti e bere un bianco della casa.

In questo momento stai lavorando ad un nuovo libro? Se sì, ci puoi dare qualche anticipazione?

Sì, ci sto lavorando e – visto il blog che gestisci – penso potrà interessarti perché affronto anche il tema del viaggio. Sarà ambientato lontanissimo dal Veneto: volevo evitare di acquistare un’etichetta che non mi appartiene, quella di narratore del Nord Est. E sarà molto diverso dal precedente romanzo che era diverso dal primo. In sostanza, mi piace cambiare, affrontare nuove sfide, scrivere cercando di non annoiarmi e di non annoiare. Vorrei portare i miei lettori in posti sempre nuovi e che mi seguissero per un unico motivo: la mia scrittura.

Infine, un consiglio: tu sei uno scrittore che ha esordito in giovane età, hai qualche suggerimento per quei ragazzi che oggi vorrebbero diventare scrittori?

Leggere. Leggere tanto, con spirito critico. Poi scrivere con personalità, senza tentare di imitare qualcuno. Consegnare il manoscritto a persone imparziali, che restituiscano recensioni non viziate da sentimenti di parentela o amicizia. Accettare ogni critica, anche se fa male, soprattutto se fa male, farne tesoro. Rivedere quello che si è scritto in relazione alle critiche ricevute. Farlo decantare. Rileggerlo e farlo rileggere. Solo allora, se si è davvero convinti di aver scritto qualcosa di buono, spedire alle case editrici ed impegnarsi in tutti i modi per ottenere una pubblicazione vera, senza cedere alla facile tentazione dell’auto-pubblicazione. E se le cose non dovessero andare bene, ricominciare da capo.

Intervista a cura di Claudia Pezzetti

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