Fabio Stassi | E’ finito il nostro carnevale

Questa è una storia d’amore e di fútbol che attraversa quasi tutto il Novecento. Questa è la storia di un ragazzo cosmopolita e della sua passione per Consuelo, una donna andalusa conosciuta a Parigi negli anni Venti. Questa è la storia di com’è nata la Diosa, ovvero la Coppa Rimet, e di una squadra fortissima che per prima l’avrebbe vinta per sempre: la Seleção di Vavà, Didì, Garrincha e Pelé. Ma questa è soprattutto l’avventurosa e incredibile storia dell’uomo che per quasi sessant’anni ha inseguito la Diosa per un unico e semplice scopo: rubarla.

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“E’ finito il nostro carnevale”, Fabio Stassi, minimum fax editore, pp. 242, 9 euro.

Titolo: E’ finito il nostro carnevale

L’Autore: Fabio Stassi (1962) è uno scrittore italiano di origine siciliana. Vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca. Scrive sui treni. Oltre a “E’ finito il nostro carnevale”, è autore di altri romanzi editi per le case editrici minimum fax e Sellerio

Editore: minimum fax

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31 dicembre 1999, Base Antartica Amundsen-Scott. Un uomo oramai molto anziano racconta la sua avventurosa vita a Deisy Cherrill, giornalista americana che raccoglie le preziose memorie sul un antiquato apparecchio di registrazione.

Così ora sapete il mio nome: Rigoberto. Non vi fate ingannare. E’ uno dei tanti che ho ereditato. Dire che ho il sangue misto è semplificare le cose. In due secoli, nella mia famiglia, si sono avvicendate almeno undici lingue diverse, cinque religioni, cinque rivoluzioni, quattro continenti, tre isole e quattordici emigrazioni. Mio padre era nato in Brasile, mia madre a Marsiglia; ogni nonno veniva da un luogo di cui nessuno aveva mai sentito parlare e, se si risaliva ancora, ci si imbatteva in catalani, arabi, africani, ebrei, greci… La parola straniero non ha senso per me o forse, al contrario, è l’unica parola di cui conosco veramente il significato. Non mi sono mai sentito a casa da nessuna parte e dovunque sono stato trattato da forestiero. A parte il Brasile, naturalmente. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 27]

Nella Parigi degli Anni venti Rigoberto è un ragazzo cosmopolita che ha radici divise tra quattro continenti. Quando Rigoberto vede per la prima volta Consuelo, una bellissima ragazza andalusa, se ne innamora immediatamente e scopre che proprio lei sarà la modella che poserà per la realizzazione della Coppa Rimet. Quando Consuelo scompare, a Rigoberto non resta che fare una cosa per possederla per sempre e ricordare il suo amore: rubare la Diosa, la Coppa Rimet, quell’oggetto d’oro che sarebbe andato in premio per sempre alla squadra di calcio che avrebbe vinto per tre volte i Mondali di calcio.

Così, Rigoberto con i suoi quattordici passaporti, si imbarca per l’Uruguay per partecipare alla prima edizione dei Mondiali di calcio, nel 1934. In veste di cronista sportivo alquanto improvvisato ma bravissimo, Rigoberto sfrutta le sue molteplici identità e le tante lingue che parla per avvicinarsi alla Diosa. Ma Rigoberto e la Diosa sono come due linee parallele: sono vicine, vicinissime, tanto che basterebbe allungare un dito per toccarsi, ma ogni volta la Diosa gli sfugge, e con essa sfugge il ricordo di Consuelo.

Inizia a capire, adesso? O devo spiegarle tutto per filo e per segno? E’ per mantenere la mia antica promessa che ho rubato la coppa e sono andato ad abitare oltre la provincia dell’Ultima Esperanza, in un paesino di milleottocento anime, il villaggio più a sud del mondo. Puerto Williams. Perché questa è un storia che ha a che fare con le speranze perdute, l’abbia detto o no Consuelo. E con i porti, e le traversate. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 50].

La spettacolare vita di Rigoberto è un susseguirsi di eventi incredibili: dall’Italia fascistissima alla Germania di Hitler, passando per la Spagna a combattere tra le fila dell’esercito degli anarchici contro Franco nel 1936. Combatterà anche a fianco del dottor Ernesto Guevara, molti anni dopo, per consegnare Cuba nella mani dei socialisti. Ma ogni quattro anni, Rigoberto compare nel Paese che ospita i Mondiali, cercando sempre più di avvicinarsi alla Diosa.

Rigoberto ha tante identità e in ogni Paese che visita ha un antenato che ha segnato la storia di quel luogo, e nonostante lui sia legato a più nazioni, solo una per lui merita la Coppa Rimet: il Brasile. Così, verso gli anni ’50 s’improvvisa  allenatore e apre una scuola di calcio, dove allena quei bambini che domani diventeranno le punte di diamante della Seleção. Perché è a Rio de Janeiro che la Diosa deve andare, ed è a Rio de Janeiro che Rigoberto la vuole rubare.

Se la sarebbero giocata con gli italiani, la Diosa. Novanta minuti e sarebbe finita. Nelle nostre mani. L’avevo giurato ai tanti orfani di Salvador. Se non fossi riuscito a rubarla, quel giuramento, almeno, l’avrei mantenuto. Non mi sbagliavo. La squadra aveva ancora l’anima che gli avevo dato io. Sapeva per cosa lottava. Non per la vittoria in sé, ma per la sua possibilità. La finale non la vidi. Sedetti fuori dallo stadio Azteca, rabbrividendo a ogni urlo della folla e stringendo la catenina di Yemanjà tra le dita. Coprendomi dalla pioggia che aveva cominciato a cadere all’inizio della partita con una bandierina verde. [E’ finito il nostro carnevale, Fabio Stassi, citazione pagina 221].

E’ finito il nostro carnevale” è un romanzo avventuoso, trascinante, bellissimo. E’ impossibile smettere di leggerlo grazie alla sapiente tecnica narrativa di Stassi e alla scelta di suddividere la storia in capitoli brevvissimi (i più lunghi sono di quattro pagine), di modo che al lettore venga da dire costantemente “solo più un capitolo“. Nonostante abbia pochissimi dialoghi, tra l’altro inseriti nel testo senza le virgolette del discorso diretto, non perde nemmeno un secondo il serratissimo ritmo narrativo. Ammiro molto la ricerca storica che Stassi ha dovuto necessariamente fare per scrivere un romanzo come questo.

I tifosi nostalgici troveranno senza dubbio emozioni per i loro cuori quando Stassi descrive “la partita del secolo”, la semifinale Italia – Germania Ovest di Messico ’70. Tutti gli altri, troveranno un piccolo capolavoro della letteratura italiana contemporanea. Leggetelo!

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