William Shakespeare | Amleto

Per molte persone, anche per chi non ha mai letto quest’opera di Shakespeare, Amleto è l’uomo del celebre monologo “essere o non essere, questo è il problema”, frase che un po’ come l’incipit della Divina Commedia o de I promessi sposi di Manzoni, tutti conoscono. Per cui, inizierò il mio articolo di commento alla tragedia proprio citando il famoso monologo di Amleto.

Essere o non essere: questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell’animo i colpi e le frecce della fortuna oltraggiosa o impugnare le armi contro un mare di guai e affrontandoli porre fine ad essi. Morire… Dormire… nient’altro. E con un sonno porre fine agli strazi del cuore e alle mille naturali battaglie che eredita la carne. E’ una fine da desiderarsi devotamente. Morire, dormire; dormire, sognare forse. [Amleto, Atto terzo, Scena Prima.]

Titolo: Amleto

L’autore: William Shakespeare (1564 – 1616) è tra i più celebri autori teatrale di tutti i tempi, è stato drammaturgo e poeta inglese. Soprannominato il Bardo dell’Avon, delle sue opere sono giunte a noi 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi.  Le sue opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella parlata quotidiana.

Traduzione: Paolo Bertinetti

Ambientazione: Castello di Elsinore, Danimarca

Il mio voto: 4/5

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“Amleto e Orazio al cimitero” Eugène Delacroix (1839)

Le origini di Hamlet

L’ispirazione principale alla stesura della tragedia, affonda le radici in un antico racconto popolare scandinavo di Saxo Grammaticus, che narra di un principe danese, Hamlet, che scopre che lo zio Fengo ha ucciso suo padre Horwendil per rubargli il trono e sposare la madre. Hamlet dunque trama la vendetta, ma lo zio Fengo manda Hamlet in Inghilterra con delle lettere dirette al re con l’intenzione di uccidere il principe danese. Hamlet lo scopre, e ruba le lettere, modificandole. Torna in Danimarca e porta a compimento la sua vendetta, uccidendo lo zio Fengo. Tra ovazioni e feste, diventa poi re di Danimarca.

“C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca”

Shakespeare si ispira al racconto di Saxo Grammaticus, ma lo modifica soprattutto nel tragico finale. Il Bardo immagina che Amleto, il principe di Danimarca, riceva una visita dal fantasma del padre morto. Durante il colloquio privato tra il padre e Amleto, il principe scopre che la morte del padre non è stata accidentale come tutti credevano, ma è stata provocata da Claudio, il fratello stesso del re, lo zio di Amleto. Con del veleno introdotto nell’orecchio, Claudio ha ucciso il re, impossessandosi così del trono di Danimarca e sposando Gertrude, la madre di Amleto.

Amleto muta completamente visione delle cose, dopo la rivelazione del fantasma di suo padre. Giura vendetta e inizia a meditare in quale modo vendicarsi del gesto dello zio Claudio. Ma non solo trama vendetta, ne dubita anche, chiedendosi se sia lecito o meno impugnare le armi e uccidere chi ha ucciso. Amleto decide di ingaggiare una compagnia di teatranti, che inscenano un dramma simile all’omicidio del padre, sperando così che Claudio si riveli e si tradisca, mostrandosi turbato.

Claudio capisce subito della trappola, e cerca di tenderne una anche al nipote Amleto: lo invia in Inghilterra con due consiglieri e una lettera indirizzata al re britannico con l’ordine di uccidere il nipote; ma Amleto riesce a tornare in Danimarca, vivo, e lo zio Claudio allora attua un secondo piano di distruzione. Claudio usa il figlio di Polonio – suo consigliere, ucciso per errore dallo stesso Amleto. Claudio, facendo leva sulla rabbia di Laerte, figlio di Polonio, cerca di uccidere Amleto al ritorno dall’Inghilterra. Ma l’epilogo è un tragico susseguirsi di lutti, a partire dalla dolce e bellissima Ofelia, sorella di Laerte e innamorata di Amleto, annegata, si dice mentre coglieva dei fiori lungo la riva di un fiume, ma in realtà suicida per il dolore della morte del padre Polonio e l’abbandono del principe Amleto.

Ofelia e la follia di un amore tragico

Ofelia è il personaggio che ho apprezzato di più. Quasi per tutto lo svolgersi della tragedia non viene tenuta in considerazione e compare in pochissime scene, con poche battute. Ofelia si strugge d’amore per Amleto, però il padre Polonio la mette in guardia, dicendole che l’amore di Amleto non è sicero. Dopo la rivelazione del fantasma del padre, Amleto si finge pazzo e rifiuta la compagnia di Ofelia per non immischiarla nelle sue trame di vendetta. Ofelia non capisce questo rifiuto improvviso e, dopo la morte di Polonio, esce di senno anche lei e si dà alla morte in un corso d’acqua.

Il personaggio di Ofelia è stato ampiamente rappresentato e amato dai pittori Preraffaelliti, come molti altri personaggi delle tragedie e commedie di Shakespeare.

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“Ofelia” John Everett Millais (1852)

Conclusioni: perché Amleto siamo noi

Al di là della trama avvincente e del susseguirsi dei colpi di scena, Amleto è amato dal grande pubblico a più di quattrocento anni dalla prima rappresentazione, perché nel principe danese vediamo noi stessi con le nostre paure e i nostri dubbi. Amleto è mosso da un sentimento di vendetta verso Claudio, colui che l’ha privato del padre, ma inizialmente non riesce a decidersi ad attuare la sordida vendetta. Amleto riflette, pensa, si trova quasi nella condizione di poter uccidere Claudio, ma la sua mano esita e non cala la spada sulla testa dello zio.

Perché Amleto non è più l’uomo che si sente al centro dell’Universo, che si sente sicuro di sé come gli uomini del Rinascimento; Amleto appunto dubita di tutto e di se stesso, prende coscienza dei suoi limiti, e si interroga sulla possibilità di attuare o meno determinate azioni.

Amleto siamo noi, uomini moderni ma lacerati costantemente dai dubbi come gli uomini del passato: se sia giusto o meno compiere un’azione piuttosto che un’altra.

 

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