Ray Bradbury | Cronache marziane

Come spesso accade, i libri che non ti aspetteresti mai di leggere entrano nell’elenco dei tuoi preferiti. Come spesso accade, i libri si leggono per caso o perché il titolo ci ispira. Oppure, perché l’autore è talmente noto, talmente famoso, che non leggere nulla di suo ci lascia lettori incompleti. Tra i filoni narrativi che conosco poco c’è la fantascienza; di fantascientifico ho letto pochissimo, anzi, quasi nulla, limitandomi a “Farhrenheit 451” – sempre di Bradbury – e “Guida galattica per autostoppisti” – di Douglas Adams. Così, trovando nella mia libreria “Cronache marziane” mi son detta: perché no? Mi è piaciuto così tanto che non posso che parlarvene positivamente.

Titolo: Cronache marziane

L’autore: Ray Bradbury (1920 – 2012) è stato uno scrittore statunitense, innovatore del genere fantascientifico; nella sua carriera è stato anche sceneggiatore cinematografico. Tra i suoi lavori, ricordiamo Cronache marziane, una raccolta di episodi uscito nel 1950, che ha ottenuto un vasto successo internazionale non ancora intaccato nonostante il trascorrere del tempo

Editore: Mondadori

Il mio consiglio: sì, fatevelo un viaggetto su Marte (almeno con la fantasia!) e poi, riflettete sui temi importanti che Bradbury solleva

Marte era una spiaggia lontana, lidi remoti, e gli uomini vi si spargevano a onde. Ogni ondata era diversa, e più forte. La prima portò con sé uomini avvezzi agli spazi immensi, al freddo, alla solitudine; portò con sé lo sciacallo e il pastore, uomini magri, ossuti, con facce da cui gli anni avevano scavato via la carne, con occhi come punte di chiodi, e mani simili a stoffa di vecchi guanti, disposte a toccare prontamente ogni cosa. Marte non aveva nulla di nuovo per loro, perché essi erano cresciuti in pianure e praterie sconfinate, come le piane di Marte. Vennero e resero quelle lande un po’ meno desolate, onde altri trovassero il coraggio di seguirli. Misero vetri alle finestre sfondate e luci dietro i vetri. Furono i primi venuti dalla Terra.

Cronache marziane è una raccolta di episodi più o meno brevi che raccontano della colonizzazione del pianeta Marte da parte degli abitanti della Terra. A partire dal gennaio del 1999 fino all’aprile del 2026, Bradbury immagina una serie di eventi e situazioni che potrebbero verificarsi al momento dello sbarco su Marte da parte dei terrestri. Pubblicato nel 1950 negli Stati Uniti, Cronache marziane è una pietra miliare della fantascienza degli anni ’50, inaugurando un filone molto fortunato.

Bradbury viene considerato uno dei maggiori autori americani di fantascienza e grazie al suo stile evocativo nel narrare i fatti, ne fa uno degli autori più amati dal pubblico; Bradbury cita altri libri (i racconti di Edgar Allan Poe nell’episodio Usher II) e crea delle immagini così poetiche e folgoranti, evocative e sorprendenti, che si imprimono nella mente del lettore come piccole gemme.

Le stelle brillavano fulgide e le azzurre navi marziane scivolavano tra le sabbie fruscianti. Prima, la nave di Sam non volle muoversi, ma poi lui si ricordò dell’ancora da sabbia e la strappò su, a bordo. […] Il vento spinse la chiglia sul fondo del mare estinto, su cristalli sepolti da tempi remoti, presso pilastri ancora eretti, oltre moli deserti di marmo e di bronzo, tra morte scacchiere di città e rosse pendici montuose, sempre più lontanando.

Non è poetica, la descrizione del mare estinto? Non è visionaria l’immagine della nave che anziché fendere le onde del mare, fende la sabbia dei crateri marziani? Io la trovo un’immagine splendida. Ma Ray Bradbury mi ha conquistata anche per i colpi di scena nei vari episodi: un vero narratore, a mio avviso, stupisce il lettore con il colpo di scena all’ultima riga.

Cronache marziane è anche un romanzo di denuncia: Bradbury infatti condanna gli uomini che nei secoli passati hanno colonizzato nuove terre, distruggendo le culture già presenti. In particolare, Bradbury condanna gli americani, perché sono proprio loro i primi a sbarcare su Marte. Spender, uno dei personaggi dell’episodio “… And the moon be still as bright“, impazzisce su Marte perché non vuole essere complice della distruzione del pianeta per impiantare le Colonie. Infatti, Spender dice:

Tutte le montagne hanno avuto un nome. E noi non potremo mai usarle senza patire una sensazione di disagio. E in certo qual modo queste montagne non ci sembreranno mai del tutto a posto; perché avremo dato loro nomi nuovi, mentre i veccchi rimangono, sussistono in qualche regione del tempo, e le montagne furono foggiate e viste sotto quel nome. I nomi che noi daremo ai canali, alle montagne, alle città cadranno come acqua sulla schiena di un’anitra. Per quanto profondamente noi si possa toccare Marte, non riusciremo mai a toccarlo veramente.

Ma oltre alla denuncia verso la colonizzazione, Bradbury è anche molto profetico:

La vita sulla Terra non s’è mai composta in qualcosa di veramente onesto e nobile. La scienza è corsa troppo innanzi agli uomini, e troppo presto, e gli uomini si sono smarriti in un deserto meccanizzato, come bambini che si passino di mano in mano congegni preziosi, che si balocchino con elicotteri e astronavi a razzo; dando rilievo agli aspetti meno degni, dando valore alle macchine anzi che al modo di servirsi delle macchine. Le guerre, sempre più gigantesche, hanno finito per assassinare la Terra. Ecco che cosa significa il silenzio della radio. Ecco perché noi siamo fuggiti.

Non vi sembra di leggere la nostra società di oggi, in queste righe precedenti? Siamo più preoccupati se non abbiamo batteria sul cellulare, anziché essere preoccupati di aver offeso un amico; le guerre oggigiorno devastano porzioni sempre più grandi di territori, gettando nella fame e nella disperazione sempre più esseri umani. Così, gli uomini dopo alcune spedizioni finite male, riescono ad arrivare su Marte. Riescono a confinare i marziani nelle loro roccheforti, fino a farli estinguere e a deturpare il pianeta, a dissanguarlo, a spremerlo fino all’ultima goccia. Proprio come hanno sempre fatto, gli uomini colonizzano, prendono, devastano, distruggono e poi se ne vanno.

Da questo mio commento, scritto d’impeto appena terminata la lettura, spero sia trasparso tutta la mia ammirazione per questa raccolta di episodi. Pensavo che la fantascienza non facesse per me, ma in Bradbury ho trovato descrizioni poetiche, colpi di scena all’ultima riga e molti temi su cui riflettere.

Non so se l’uomo andrà mai su Marte, ma certamente se ci andrà si porterà dietro i propri errori, quelli che fanno parte del nostro D.N.A.; forse fuggirà da una Terra morta, prosciugata, e viaggerà milioni di chilometri per approdare un altro mondo, per devastare anche quello. Non so se io metterò mai piede sulle colonie umane di Marte, ma una cosa la so: Ray Bradbury su Marte mi ci ha portata, con la fantasia certo, ma mi ci ha portata.

Certe notti quando il vento viene dalle lontananze dell’antico fondo marino e passa sul cimitero esagonale, tra le quattro croci e un’altra, più recente, c’è una luce che arde nella capanna di pietra, e in quella capanna, mentre il vento soffia ululando, la polvere si solleva vorticosa e le stelle ardono fredde, ci sono quattro figure, una donna, due figlie, un figlio: accudiscono un focherello inutile e discorrono e ridono. Notte dopo notte, anno dopo anno, senza una ragione al mondo, la donna esce dalla capanna a scrutare il cielo, le mani in alto, per un lungo istante, a guardare la verde fiammella della Terra, senza sapere perché guardi, e infine rientra, a gettare uno sterpo nel fuoco, e il vento passa e il mare morto continua a morire.

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