Wojciech Tochman | Come se mangiassi pietre

Mentre i serbi massacravano i mussulmani bosniaci a Srebrenica, senza che l’ONU opponesse resistenza, io frequentavo le scuole elementari e le lezioni di pianoforte. Un giorno arrivai a lezione e, oltre ai miei compagni di pianoforte, c’erano dei ragazzi molto più grandi. Non parlavano l’italiano, ma uno di loro sapeva suonare benissimo il pianoforte.

Il maestro disse a noi bambini che questi ragazzi arrivavano da lontano, dalla Jugoslavia, ed erano arrivati qui perché nel loro Paese c’era la guerra. Non so se oggi quei ragazzi siano ancora in Italia, o siano tornati a casa loro alla fine della guerra o siano andati a vivere in un altro Paese europeo. Di loro ricordo solo solo il ragazzo che suonava benissimo il pianoforte: capelli scuri tagliati a spazzola e occhi azzurri, chiarissimi. Pensavo che suonava così bene il pianoforte, musica classica tutta a memoria, non guardava mai lo spartito. Pensavo che era così bravo e volevo diventare come lui.

Titolo: Come se mangiassi pietre

L’autore: Wojciech Tochman nato a Cracovia nel 1969 è un noto giornalista e scrittore polacco. Il reportage Come se mangiassi pietre è il primo di una serie di progetti che si propongono di analizzare e illustrare le devastanti conseguenze sociali della violenza bellica, dai genocidi ai crimini di guerra. Oltre questo reportage, ha lavorato in Rwanda per commemorare i 20 anni dal genocidio dei rwandesi (libro a breve in uscita anche in Italia) e oggi sta lavorando nelle Filippine per un reportage sulle baraccopoli di Manila

Editore: Keller Edizioni

Il mio consiglio: non può mancare nella vostra libreria, soprattutto se siete nati negli anni ’80 e ’90 e della guerra dei Balcani sapete poco e niente

La dottoressa Eva li riesumò nel dicembre del 1998. Quel giorno faceva un freddo da lupi (venti gradi sottozero, a tratti di più), ma in fondo alla grotta si stava bene (otto gradi sopra). Una settimana abbondante di lavoro, dalla mattina alla sera. Non era stato facile calcolare il numero delle vittime. Non se ne veniva a capo. Un po’ per via del tempo trascorso (sei anni dal massacro), e un po’ perché il fondo della grotta (sei metri per otto) era in pendenza. Man mano che i muscoli e la cartilagine degli uomini uccisi scomparivano, le ossa scivolavano in giù mischiandosi tra loro. A partire da questo miscuglio di ossa la dottoressa Eva ricompone le persone. Si direbbe che nessuno in Bosnia sappia farlo meglio di lei.

Gli italiani nati negli anni ’80 e ’90 della ex-Jugoslavia ne sanno poco. Per alcuni persino l’attuale geografia è nebbiosa. In fondo, non è meta di vacanze, non si va al mare né si va a sciare. Non c’è niente da vedere, nessuna città d’arte né museo. Sono paesi dai nomi impronunciabili e ingombri di macerie e disoccupati.

A scuola ci insegnano che i tedeschi sono stati il popolo più cattivo del mondo che ha mandato a morire milioni di persone nei campi di prigionia e concentramento; mediamente, lo studente esce dal liceo e pensa che i più bastardi di tutti sono stati i nazisti e in secondo luogo il duce. Non è solo così. La storia è variopinta, ha molte sfumature, i crimini di guerra non si possono risolvere con Mauthausen o la Notte dei Lunghi Coltelli.

Nella polveriera del Balcani sono successe cose, oso, forse anche peggiori che nei campi della Germania del III Reich. Tra serbi e bosniaci mussulmani il sangue scorreva senza sosta, mentre sui cieli sfrecciavano aerei NATO a volte per bombardare a volte per gettare viveri di prima necessità. Città sotto assedio, pullman carichi di prigionieri diretti nei campi o di prigionia o di concentramento, bambini separati dalle madri che venivano stuprate senza pietà, ragazzini alti più di un metro e cinquanta che venivano condotti nei campi con i genitori maschi per essere fucilati all’istante. Corpi gettati nelle cavità carsiche che punteggiano l’area balcanica.

Pulizia etnica. Genocidio. Campi di concentramento. Supremazia della razza. Pensavate che fatti fuori i gerarchi nazisti tutte queste parole fossero obsolete? Mai più capiterà una cosa simile, si diceva all’indomani di Norimberga. Mai più. Ne siamo sicuri?

Tochman in questo superbo reportage segue la dottoressa Eva Klonowski – antropologa forense di origine polacca – che si occupa di scavare nelle cavità carsiche e nei terreni, su segnalazione dei testimoni o dei pentiti, per dare un volto e un nome a questi miseri resti, per poi consegnarli alle famiglie. Ci sono persone che ancora attendono di sapere cosa successe ai loro cari a Omarska, a Srebrenica, a Mostar, a Tuzla.

Con Tochman ed Eva entriamo nelle grotte alla ricerca di resti umani, abiti, oggetti tutto ciò che possa servire per identificare uno scheletro e poter dare una solenne sepoltura. Incontriamo madri, sorelle, amiche, genitori che cercano i loro cari scomparsi. C’è chi cerca un padre. C’è chi cerca il figlioletto di tre anni. Chi cerca la bambina di soli quattro mesi.

Oggi serbi e bosniaci mussulmani vivono fianco a fianco, forse l’assassino di tuo padre oggi è il vicino di casa, quello che coltiva pomodori. Senza prove o testimoni gli assassini non possono finire all’Aja, e quindi vivono con i parenti delle vittime che ancora cercano, disperatamente, i loro cari, i loro amici.

Il reportage è scritto con un tono asciutto, quasi distaccato. Tochman non si lascia prendere dalle emozioni, non giudica nessuno, nemmeno i carnefici. Si limita a narrare con occhio critico ciò che vede, chi incontra e i dialoghi a cui prende parte. Sta al lettore capire, commentare, eventualmente – se se la sente – giudicare. Io non vorrei giudicare nessuno, la guerra è un demonio che acceca le persone, le fa mutare, fa fare loro cose cruente e orribili. In guerra non ci sono mai né santi, né eroi. Non ci sono vincitori, ma solo vinti. Vinti perché anche coloro che pensano di aver vinto la guerra oggi versano nella miseria, nella disoccupazione e nella fame.

E Tochman ci riporta un dialogo, con una donna di Sarajevo che si chiede a che cosa sia servito tutto questo. Già: a che cosa è servito tutto questo?

Ajla Ploskic (nove mesi). Oggi avrebbe dieci anni. Jasna calcola l’età dei suoi bambini. Non ha nessuna foto della figlia. Non hanno fatto in tempo a farne. Amar Ploskic (quattro anni), con le galosce rosse. Oggi avrebbe tredici anni. Nella foto è seduto su una biciclettina. Jasna è l’unica madre sopravvissuta allo scantinato della centrale di riscaldamento. Le altre madri hanno avuto più fortuna: sono morte insieme ai loro figli.

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