Albert Camus | Riflessioni sulla pena di morte

Ho deciso di leggere “Riflessioni sulla pena di morte“, un saggio breve dell’autore francese Albert Camus, sia per la mia sfida personale “Un classico al mese” sia perché di recente ho letto una notizia su un quotidiano che mi ha sconvolta.

E’ infatti di pochi giorni fa la notizia della atroce morte di Clayton D. Lockett, detenuto in Oklaoma nel braccio della morte e ucciso con la tristemente nota iniezione letale; Lockett è stato condannato a morte per aver ucciso nel 1999 una ragazza e questi ultimi quindici anni li ha attesi nel braccio della morte, pensando ogni giorno alla sua condanna definitiva. Ma qualcosa durante la sua esecuzione è andato storto. Lockett è morto dopo atroci dolori perché oggigiorno i farmaci coi quali si prepara il mix letale non sono “testati” e quindi non si che effetto possano fare. Lockett è morto per arresto cardiaco non prima di aver avuto crisi epilettiche e convulsioni.

Titolo: Riflessioni sulla pena di morte

L’autore: Alber Camus (Mondovì, 1913- Villeblevin, 1960) è stato un filosofo, saggista, scrittore e drammaturgo francese. Nel 1957 è stato insignito del prestigioso Premio Nobel per la Letteratura.

Editore: SE Collana Piccola Enciclopedia

Il mio consiglio: per chi vuole approfondire la questione della pena di morte e per chi vuole farsi un’idea in merito

[la società] Si arroga il diritto di selezionare, quasi fosse ella stessa la natura, e di aggiungere sofferenze immense all’eliminazione, quasi fosse un dio redentore. Affermare che un uomo deve essere assolutamente radiato dalla società in quanto assolutamente malvagio, equivale a dire che la società è assolutamente buona, e nessuna persona sensata può crederlo oggi. Non lo si crederà, e si penserà più facilmente il contrario. La nostra società è diventata così malvagia e criminale perché ha eretto se stessa a fine ultimo, e non ha rispettato più nulla all’infuori della propria conservazione, o della propria riuscita nella storia. Desacralizzata lo è, questo è certo. Ma già dal diciannovesimo secolo ha cominciato a costituirsi un surrogato di religione, proponendo se stessa come oggetto di adorazione.

Ho aperto il mio commento con un’immagine di Amnesty International, l’organizzazione mondiale che si occupa principalmente di diritti umani. Secondo il loro rapporto, nel 2013 le condanne a morte nel mondo sono state 778, +15% rispetto al 2012 (fonte: Amnesty International). L’ONG non ha comunque chiaro il dato sulla Cina poiché le autorità di Pechino non divulgano dati ufficiali, si tratta di una stima approssimativa.

Spesso, anche in un paese piccolo come il mio, sento dire la frase: “Ecco, vedi, per quello ci andrebbe la pena di morte” oppure “Se ci fosse la pena di morte vedi che i pedofili non ci sarebbero più!”.

In realtà, se vogliamo dirla tutta – anzi, lo dice Camus – sin dai tempi della legge mosaica o del taglione, benché ci siano punizioni corporali (occhio per occhio, dente per dente) i criminali ci sono sempre stati. Estirpare il crimine – quale esso sia, dal “semplice” furto all’omicidio – non serve adottare la pena di morte. Questo è ciò che sostiene Camus nel suo saggio.

Camus scrive questo saggio principalmente per i suoi conterranei francesi, che nel 1957 anno della stesura del saggio, praticavano ancora la pena di morte (la pena di morte in Francia è stata abolita solo nel 1981, benché tra gli anni 1984 – 1995 molti politici emanavano leggi per reintrodurla! E rircordo che solo nel 2007 la Costituzione francese l’ha definitivamente esclusa allo scopo di rendere quasi impossibile la sua reintroduzione). Albert Camus era francese e si sa che i francesi durante la Rivoluzione di teste ne hanno fatte cadere tante, tantissime. Anche teste di innocenti, che sono stati ghigliottinati così giusto per mantenere vivo il cosiddetto “regime del terrore”.

Camus insiste molto su questo concetto, riflettete: uno Stato che condanna a morte un delinquente non diventa esso stesso un delinquente? E, potenzialmente, perché lo Stato può uccidere mentre un libero cittadino no? Così si arriva alla domanda principale di Camus: come può lo Stato si arrogarsi il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire, sostituendosi quasi ad un Dio giustiziere e feroce?

Parliamo poi dei metodi usati per uccidere… Camus fa il focus sulla Francia, quindi parla sempre di ghigliottine, lame, teste che rotolano via dal patibolo mentre dalla carotide sprizza via il sangue sulle folle di invasati che vanno a vedere le esecuzioni. Ma nel mondo gli uomini si sono inventati metodi cruenti e sempre più crudeli: dalla sedia elettrica (famosa negli USA), alle impiccagioni, al rogo, alla lapidazione, le iniezioni letali, le fucilazioni, e molte altre che se uno si ferma a pensare non può che dire “ma sono umani come me, quelli che partoriscono queste idee?”.

Ma negli anni ’50 in Francia le esecuzioni non erano più pubblice come durante la Rivoluzione; allora che senso ha una punizione che non si vede? Può nel ladro o nello stupratore l’idea di essere decapitato far sì che si redima prima di compiere l’insano gesto? Camus pensa di no. Anche perché, l’autore dice che chi rimane impressionato dalla pena di morte sono quelle fasce della popolazione che sono più sensibili, non certo un delinquente!

Vi è poi tutta la questione sulla colpevolezza: signori della Giuria, siete davvero sicuri che il condannato sia colpevole? A questo proposito Camus ci racconta la storia di Burton Abbot, detenuto ucciso (in una camera a gas!) in California nel 1957. Se andate a leggere la sua storia, scoprirete che Abbot fu condannato per l’omicidio di una ragazzina, ma la mattina dell’esecuzione fu presentato un ricorso perché non era certa la sua colpevolezza; Abbot fu tratto fuori dalla camera a gas e i medici tentarono di rianimarlo: purtroppo, era troppo tardi. Ma Abbot era davvero colpevole?

Camus non è il tipo che propone lo “svuota-carceri” per tutti, ma propone come pena non la morte bensì i lavori forzati o il carcere a vita. Non pensa che tutti i criminali possano redermersi, anzi, ben pochi arrivano al pentimento. E Camus non è daccordo con giustificare e perdonare tutto (voi perdoneresti i gerarchi nazisti che si divertivano ad uccidere donne e bambini nei campi di concentramento? Io no). Camus propone delle pene comunque severe ma che diano la possibilità di uscirne, se si è innocenti, senza fare la fine del povero Burton Abbot.

Pensateci bene, voi che siete a favore della pena di morte: e se un giorno (Dio non voglia, ma pensateci) voi foste ingiustamente accusati di un crimine grave, magari pedofilia o omicidio? Pensate se foste costretti ingiustamente ad essere rinchiusi nel braccio della morte, in attesa del vostro boia, vestito di tutto punto e fischiettante, che arriva per azionare la sedia elettrica o porgere al medico la fatal siringa; pensate come ci si possa sentire per anni costretti a pensare ad un giorno in cui nella vostra vena verranno ineiettati strani farmaci, i cui effetti si conosceranno solo dopo la vostra morte. Pensate ai vostri amici e parenti, che dopo il vostro ingresso al braccio della morte faranno finta di non conoscervi. Pensate che starete soli, forse ingiustamente perché voi siete innocenti, starete soli giorno e notte pensando al giorno della vostra morte.

 

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