Yasmina Khadra | Quel che il giorno deve alla notte

E’ incredibile come alcuni libri vengano catapultati nella nostra vita senza che quasi ce ne rendiamo conto. Un sabato pomeriggio, uno scaffale di una biblioteca, lo sguardo che scorre sulle copertine e gli occhi che leggono un autore fino ad oggi a me sconosciuto. Una copertina scura, con una frase in bianco che spicca: “L’amore per una stessa ragazza, l’amore per uno stesso paese: il racconto delle passioni divoranti ed estreme di cui è fatta la Storia”. Ma con una presentazione così mica potevo farmelo scappare!

Titolo: Quel che il giorno deve alla notte

L’autore: Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, nato in Algeria nel 1955 e ufficiale dell’esercito algerino. Poiché i suoi scritti non erano in linea con le idee dei gerarchi militari, ha dovuto pubblicare usando il nome di sua moglie. Oggi, congedatosi dall’esercito, ha rivelato che dietro ai romanzi c’era lui. Vive ad Aix-en-Provence (Francia).

Editore: Mondadori

Il mio consiglio: lasciatevi incantare da Khadra. Tutto qui.

Se vuoi trasformare la tua vita in un lembo di eternità e rimanere lucido anche in pieno delirio, ama… Ama con tutte le tue forze, ama come se non sapessi fare altro, ama fino a rendere gelosi i principi e gli dèi… Perché è nell’amore che ogni bruttura si scopre bella.

 

Younes è solo un bambino che vive nell’Algeria degli anni ’30 quando la sua famiglia subisce una grave perdita economica e si trova costretta a migrare dalla campagna alla città. Orano è una città che può dare tanto, sembra scintillante, tutti appaiono ricchi e felici, ma Younes e la sua famiglia non si possono permettere una vita agiata e finiscono nei bassifondi. Tra delinquenti, malattie, commercianti troppo furbi e prostitute, la loro vita trascorre nella miseria più nera. Issa, il padre di Younes, è un uomo caparbio che non vuole inizialmente affidare suo figlio a Mahi, suo fratello, per garantirgli un futuro migliore. Ma dopo mesi di fame, degrado e miseria, Issa porta Younes da Mahi, il fratello ricco, laureato, che gestisce una farmacia nella parte ricca di Orano ed ha sposato una bella donna francese di seconda generazione: Germaine.

Younes va a vivere quindi nella Orano “dei francesi”: Germaine e Mahi lo accolgono come un figlio, con grande amore e rispetto. Lo chiamano Jonas, alla maniera francese, e lo iscrivono alle migliori scuole. All’inizio per Jonas è difficile inserirsi nel mondo dei francesi e degli algero-francesi. Ma pian piano, si crea una rete di amici che lo accompagneranno per tutta la sua vita.

Fabrice, il poeta; Simon, l’ebreo; Jean-Christophe, il ragazzone che fa paura ma ha un cuore tenero; André, il riccone; José, il cugino di André. Tutti francesi, che accettano Jonas che lo accolgono come un vero amico.

Due cose cambieranno per sempre la vita e il destino di Jonas: l’incontro con una bambina, Emilie, nella farmacia degli zii e l’incontro con una donna su una spiaggia algerina. Le due figure femminili sono legate in modo indissolubile e la vita di Jonas prenderà un corso particolare proprio a causa loro.

Se mi avessero detto che una semplice folata [di vento] poteva cambiare il corso della mia vita, forse avrei preso le mie precauzioni. Ma a diciassette anni ti senti capace di cadere in piedi, qualunque cosa succeda.

Emilie, la bambina incontrata nella farmacia, ricompare come una fata bianca quando Jonas ha circa 20 anni. Il gruppo degli amici, irrimediabilmente, è attratto dalla stupenda Emilie, che però si innamora solo di Jonas. Ma Jonas non può amarla, non deve, perché quel giorno sulla spiaggia una folata di vento ha cambiato per sempre il corso della sua vita… E oltre ad Emilie ci si metterà la guerra di indipendenza algerina a cambiare i ragazzi e a cercare di disporli tra due barricate diverse…

Non posso rivelare altro, per non spoilerare troppo. Posso dire che per me leggere questo romanzo è stata un’avventura memorabile. Le descrizioni di Khadra sono favolose, intense, profonde; mentre leggevo mi emozionavo, in alcuni momenti ho trattenuto il respiro. La lettura mi ha prosciugata e quando ho terminato il romanzo sono tornata immediatamente indietro a leggerne alcuni pezzi a caso.

E’ meraviglioso leggere come anche i francesi – nella fattispecie gli amici di Jonas – si sono follemente innamorati dell’Algeria e non la vedevano come la terra dei coloni, con il diritto di trattare gli algerini da schiavi, ma la vedevano come la propria amata terra. E con quale dolore i francesi, sopratutto quelli di seconda e terza generazione, l’abbiano dovuta lasciare il 4 luglio del 1962, quando per la prima volta venivano issate le vele della neonata Repubblica di Algeria.

E’ uno straordinario romanzo di formazione dove i ragazzi francesi e Jonas, che ha origine arabe, si incontrano, si amano, si odiano per una donna, e i loro destini prendono corsi tutti diversi. Ma alla fine, i superstiti si incontrano di nuovo, questa volta in Francia, mentre l’Algeria non riesce ancora a gestire la sua indipendenza. E si trovano per raccontare la propria vita, snocciolare ricordi belli e brutti, e sopratutto per tessere le lodi e gli onori della loro Patria: l’Algeria. Il momento dell’incontro tra Jonas e Jean-Christophe all’aeroporto per me è uno dei punti più belli di tutto il romanzo.

Ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altro, attratti da una formidabile calamita. Simili a due fiumi che, nati agli antipodi, irrompono trascinando tutte le emozioni della terra e, dopo avere sconvolto monti e vallate, si fondono nello stesso letto in un turbine di schiuma e di vortici. Sento i nostri corpi consunti compenetrarsi, le pieghe degli abiti confondersi con quelle nostre carni. Ci abbracciamo stretti, come un tempo afferravamo alla vita i nostri sogni, convinti che, se avessimo allentato la presa, ci sarebbero sfuggiti.

Stupendo. Grandioso. Intenso. Fatevi un regalo: leggetelo.

PS: ho appena scoperto che da questo romanzo è stato tratto un film. Ho le lacrime agli occhi sono a vedere la locandina. A scoprire che non è stato doppiato in italiano, ho ancora più le lacrime gli occhi: il mio francese è pessimo. D’ho.

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