Rutka Laskier | Il diario di Rutka

Normalmente non leggo libri dedicati all’Olocausto, non perché io sia una pazza antisemita o una nazista, ma semplicemente ritengo che a scuola l’Olocausto ce lo abbiano servito in ogni modo fino alla nausea. Sono d’accordo sul fatto che non si devono assolutamente dimenticare le atrocità commesse dai nazisti durante il Novecento, ma sono anche dell’idea che quello degli ebrei non sia stato l’unico Olocausto della Storia; basti pensare alle purghe staliniane, ai regimi dittatoriali dell’Africa, alla dittatura del cileno Pinochet e quella dell’argentino Videla. Io il 27 gennaio non commemoro la liberazione di Auschiwitz e non condivido che si parli solo di un popolo, benchè questo sia stato perseguitato e torturato; io il 27 gennaio commemoro tutte le vittime di tutti gli Olocausti del mondo, dagli ebrei ai russi, agli africani e ai cinesi. Non esistono morti più importanti da inserire nei libri di Storia e da trattare meglio degli altri: tutte le vittime sono uguali e meritano lo stesso rispetto.

Titolo: Il diario di Rutka

L’autrice: Rutka Laskier fu una ragazza ebrea, nacque a Danzica nel 1929 e morì all’età di 14 anni nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel 1943, prima della cattura, per tre mesi scrisse un diario

Editore: BUR

Il mio consiglio: sì è un documento interessante, sopratutto da usare come confronto con il più famoso Diario di Anne Frank

Per parecchi anni queste memorie sono state custodite gelosamente da una signora, che infine col progredire degli anni, si è decisa di riconsegnarle ai superstiti della famiglia di Rutka. In realtà, l’intera famiglia di Rutka è stata sterminata durante la guerra, solo il padre è sopravvissuto e in seconde nozze ha avuto un’altra figlia, quella che ha concesso di pubblicare le memorie di Rutka.
Rutka era una ragazza di 14 anni, viveva in Polonia nel 1943, in piena invasione tedesca. Vedeva i suoi amici scomparire, ma nonostante il clima di tensione e di paura, affrontava la vita con coraggio. Rutka sapeva dei campi di concentramento e sapeva dei forni, delle camere a gas e delle torture. Ma sopratutto sapeva che dai campi vivi non si torna, o meglio, è molto difficile.
Queste sono le memorie di una ragazzina che non voleva morire nell’anonimato, non voleva essere una delle tante ebree massacrate dai tedeschi. Rutka voleva essere ricordata. E così, scrive questo diario, non parlando solo della guerra ma anche della sua vita, dei suoi amori e delle sue amicizie. Infine, poco prima di venire deportata, confessa ad un’amica più grande dell’esistenza del diario e le spiega dove lo andrà a nascondere. Dopo la guerra, l’amica difatti torna nel ghetto dove Rutka ha passato gli ultimi anni e sotto il pavimento di una casa distrutta e devastata, lo trova.
Rutka non è Anna Frank, Rutka è incisiva, cruda, la sua scrittura non contiene speranza. Non crede in Dio, nessun Dio, perchè pensa che se esistesse un Dio egli non permetterebbe che le persone venissero bruciate vive nei forni. Rutka è una delle tante voci di chi ha vissuto sulla propria pelle uno dei momenti più drammatici della storia dell’umanità, e viene ricordata oggi proprio grazie a questo diario che consiglio di leggere per non dimenticare i crimini commessi dalla nostra stessa specie.

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