Tina Merlin | Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont

Al Vajont sono salita due volte e per due volte mi sono commossa. Il mostro di cemento s’innalza, ora non più minaccioso, dominando quel tratto della Valle del Piave, proprio di fronte all’abitato veneto Longarone. Quei migliaia di metri cubi di cemento oggi restano lì immobili, come scrisse la Merlin, un monumento a vergogna perenne, in bilico tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. In bilico tra due terre, tra due culture. In bilico tra i montanari friulani e gli abitanti della piana veneta.
Arrivata su in cima, di fronte alla diga del Vajont, non ho potuto che rimanere incredula che dopo 50 anni la terra della frana fosse ancora dentro l’invaso e sopratutto che fosse così tanta. Quanti camion servirebbero per svuotarla? E la nicchia di distacco della frana, ancora così visibile, dove nemmeno gli alberi osano crescere. Ma sopratutto, quel senso irreale di silenzio, che diventa quasi insopportabile se si entra nel cimitero di Fortogna, vicino a Longarone, dove i cadaveri recuperati sotto le macerie o nel letto del Piave, cercano di riposare in pace.

8279_sulla-pelle-viva-come-si-costruisce-una-catastrofe-ilcasovajont_1295028081Titolo: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont

L’autrice: Clementina Merlin detta Tina (Trichiana, 19 agosto 1926 – Belluno, 22 dicembre 1991) è stata una giornalista, scrittrice e partigiana italiana.

Editore: Cierre edizioni

Il mio consiglio: per chi vuole approfondire e non vuole dimenticare la tragedia del Vajont

Il libro inchiesta di Tina Merlin vuole ricordare e far vivere a tutti la storia dietro la tragedia del Vajont, una catastrofe costruita, evitabile certo, ma voluta dagli uomini della SADE con la compiacenza dello Stato italiano del Dopoguerra.

In ogni riga che Tina scrive, si legge rabbia, voglia di essere ascoltati, voglia di difendere i deboli, di sanare le ingiustizie, di verità e di certezze. Ma queste cose, al Vajont, non si possono avere. Tina scriveva spesso piangendo, sulla sua macchina da scrivere, e cercava di dare voce a chi per colpa della SADE stava perdendo praticamente tutto.

Tina dà voce ai contadini di Erto e Casso, che si vedono strappare la propria terra e vedono le proprie case andare a mollo, durante gli invasi della diga; Tina scrive e pubblica articoli nei quali cerca di spiegare la paura e la rabbia degli ertani. Non si risparmia, Tina, quando scrive, tanto che finirà addirittura ad un processo per diffamazione e calunnia, dal quale ne uscirà innocente.

La giornalista denuncia ogni cosa e ogni sorta di pericolo: la montagna in sinistra orografica del bacino artificiale si muove, cammina, è pericoloso, potrebbe cadere. E se cadesse? Nessun problema, ci rassicura la SADE, al massimo qualche onda azzurrina.

campanile_pirago

Il campanile di Pirago di Longarone, il 10 ottobre 1963 (fonte: Wikipedia)

E invece, sappiamo che non è così. L’onda è alta centinaia di metri, la frana crolla tutta assieme e all’improvviso, la notte del 9 ottobre 1963 alle 22.39, mentre le TV trasmettono la partita Real Madrid – Ranger Glasgow.
L’onda spazza via alcune frazioni di Erto, ma è nel fondo valle che genera l’olocausto. E’ a Longarone dove ci saranno più vittime. Duemila, forse. Il numero esatto non si saprà mai. Ora che la frana è caduta, dopo quel tanto bagnare i piedi al Toc, ecco che arriva la compassione, la pena, la carità verso gli abitanti della valle e dei sopravvissuti. Così l’ENEL (che rilevò la diga quando la SADE venne incamerata, appunto, all’ENEL) paga i danni: 1.500.000 di lire per un figlio, 1.000.000 di lire per un genitore, e così via. Le persone hanno un prezzo, c’è chi vale di più e chi di meno.

Arrivano i contribuiti a fondo perduto, i giochetti per le licenze commerciale, i referendum per spostare i paesi delle valli friulane colpiti, e miliardi di lire per ricostruire Longarone.L’ENEL non vuole che la gente torni ad Erto, eppure i valligiani hanno le teste dure e ritornano, almeno per cercare i propri morti.
Quindi, prima gli espropri, poi la tragedia e infine la beffa. Il processo si tiene all’Aquila così nessun valligiano può andare a presentarsi come testimone a creare disordini. Molti testimoni sono stati zittiti dall’ENEL, dando loro dei soldi.

Il processo si conclude nel 1982, quasi vent’anni dopo quella tragica notte. Colpevoli o innocenti, come in guerra, anche qui non ci sono né santi né eroi. Ci sono uomini che hanno perso figli, mogli, sorelle, nonni, la casa, le terre, gli animali. Donne che hanno perso i mariti. Bambini che hanno perso i genitori, gli amichetti, i maestri di scuola. Qui c’è una comunità segnata da una delle più grandi tragedie italiane e se sappiamo tutto questo, gli intrallazzi, i ricatti, gli accordi tra le parti, lo dobbiamo anche a gente straordinaria come Tina Merlin.

Perchè, come scrive Marco Paolini: le storie non esistono, se non c’è nessuno a raccontarle.

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La Diga del Vajont, il 10 ottobre 1963 (fonte: Wikipedia)

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