Joyce C. Oates | Una famiglia americana

L’ultimo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino ho comprato “Una famiglia americana” scontato del 30%. Ricordo che quel giorno ero tornata a casa con un bel bottino – anche se non tutti scontati ahimé! – e questo romanzo è rimasto per un paio di mesi sullo scaffale, in attesa di essere letto.

Quando finalmente mi sono decisa a leggerlo, non sono più riuscita a smettere. Volevo sapere tutto dei Mulvaney, dovevo a tutti costi sapere come sarebbe finita la vicenda dell’incidente di Marianne. Ci ho messo una settimana a finirlo, ma non per la mole, bensì perché sapevo che una volta terminato i Mulvaney mi sarebbero terribilmente mancati. E così è stato.

Titolo: Una famiglia americana

L’autrice: Joyce Carol Oates (Lockport, 16 giugno 1938) è una scrittrice di romanzi, storie, sceneggiature, poesia e saggistica, conosciuta per essere uno tra i più prolifici scrittori americani (è autrice di oltre settanta romanzi).

Editore: Saggiatore tascabili

Il mio consiglio: assolutamente sì, anzi, quasi d’obbligo. Un simile pathos psicologico è difficile da trovare in altri romanzi

Prendete una bellissima fattoria piena di teneri animali e metteteci Capitan Mulvaney, Fischietto, Mulo Mulvaney, Pizzicotto, Germoglio e Fossette: ecco, avete di fronte a voi i Mulvaney, la famiglia perfetta, la famiglia americana perfetta, sì, insomma, ‘Una famiglia americana’.
La vita scorre laboriosa e precisa alla fattoria, scandita da regole ferree, piccoli lavoretti dove tutti danno una mano, anche i bambini piccoli. Sentite?, in cucina la mamma sta preparando una colazione sostanziosa, mentre fischietta seguendo le note della radio; i figli maggiori – Mikey e Patrick – aiutano il padre nella riparazione di un tetto; Marianne apparecchia e Judd gioca con uno dei tanti gatti che girano per casa.
Questa sì che è una famiglia da sogno, invidiata, amata. I Mulvaney, insomma.
Eppure, la felicità si può incrinare, rompere, sfracellarsi in mille pezzi come quando cade uno specchio. E i frammenti dello specchi, le schegge più piccole, possono solo fornire un’immagine parziale e deforme, dell’osservatore.
Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio del 1976 succede qualcosa di drammatico a Germoglio Mulvaney, la bella Marianne. Un evento violento, un qualcosa che nessuno avrebbe mai sospettato potesse succedere. E da lì, da quel momento, la famiglia Mulvaney si rompe, si sgretola: i figli grandi se ne vanno, Marianne è portata all’esilio forzato e Judd, beh, Fossette resta alla fattoria. La felicità della famiglia Mulvaney è come congelata.
La famiglia Mulvaney inizia a scomparire, pian piano, lentamente, come quando la sabbia scorre via dalle pieghe della pelle di una mano; l’evento della notte di San Valentino mina dalle fondamenta la perfezione che si era creata, quella famiglia così bella e così perfetta, alla fine viene distrutta.
C’è chi scappa arruolandosi nella marina militare; chi alla Cornell; chi viene invischiata in una cooperativa sociale che pare una setta; e chi resta a casa a subire gli abusi di un padre che diventa sempre più violento man mano che aumenta la dose d’alcool che beve.
La strada del ritorno alla normalità sarà difficile, pesante, faticosa. Ma si potranno davvero rincollare i frammenti della famiglia Mulvaney? Sì potrà ritornare ad essere un Mulvaney?

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